ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“TRIANGLE OF SADNESS” DI RUBEN OSTLUND

Anno: 2022
Con: Woody Harrelson, Harris Dickinson, Vicky Berlin

L’uomo e la donna, i russi e gli americani, gli imprenditori, uno yacht, il personale di servizio, i capitalisti e i marxisti…Ostlund usa una maestosa nave da crociera e la trasforma nella rappresentazione dell’attuale (ma anche passata e probabilmente futura) società occidentale. Le allegorie del film si fermano qui, come nel precedente “The Square” il regista svedese mostra tutto il mostrabile, spiega tutto lo spiegabile, inquadra tutto l’inquadrabile, sino a reiterare in maniera parossistica situazioni e battute a tratti al limite del grottesco.
“Triangle of sadness” inizia come un’opera sul mondo della moda per poi mostrarci una coppia e le dinamiche di potere che regolano i rapporti sentimentali (Fassbinder docet), poi muta nuovamente trasformandosi nella rappresentazione ironica e cinica della lotta di classe, ed infine diviene un survive movie con finale quasi orrorifico.
Ostlund si muove con mano pesante tra dimensioni personali (la coppia, il capitano della nave perennemente ubriaco, i passeggeri e le loro storie personali…) e dimensioni sociologiche (il classismo, gli influencer…), realizzando un film che alterna senza sosta i microcosmi privati e i macrocosmi pubblici sino ad annientare il confine tra le due cose. Siamo tutti poveri, ricchi, pazzi, sfruttati e sfruttatori, la servitù è coatta ma anche volontaria, la bellezza imperante e anelata da tutti viene distrutta dalla normalità estetica, la natura si ribella all’uomo ma quest’ultimo cerca di assoggettarla. Il caos regna! Un’esplosione di vomito e merda seppellirà qualsiasi cosa. Cosa sono le feci ed il vomito se non il risultato di ciò che consumiamo avidamente? Sono la rielaborazione del cibo prelibato e costosissimo che i personaggi si sono guadagnati producendo mine antiuomo, sfruttando i meno abbienti, assoggettando i popoli più deboli, attuando il capitalismo più barbaro. Ciò che i folli ricchi fanno fuoriuscire dai loro orifizi non è altro che il risultato della cieca opulenza, la tormenta che colpisce lo yacht in cui alloggiano è l’esorcista che gli fa espellere il demone del possedere il denaro e le persone, fingendosi persino disposti a sostituirsi ai “servi” ma continuando in realtà a perpetrare il loro potere decisionale.
Ostlund estremizza le tematiche a lui care, continua a fondere dramma e commedia con sprazzi grotteschi, strizza l’occhio a Bunuel, ai Monty Python, alla Wertmuller di “Travolti da un insolito destino nell’azzurro mare d’agosto”, al Ferreri di “Break up-l’uomo dei cinque palloncini” e “La grande abbuffata”, ma non possiede la loro carica ferocemente allegorica.
“Triangle of sadness” ha gli stessi limiti del precedente “The Square”, ci spiattella in faccia tutto, ci spiega la qualunque e quindi non disturba fino in fondo. Come scrive Leonardo Gregorio riguardo “The Square”: “Ostlund è un autore che sembra disinteressato ad assecondare ogni gusto preordinato, ma al contempo sa che produrre un effetto è fondamentale. E, d’accordo, il tempo della narrazione, dell’inquadratura sono si questione d’autore, ma ciò non ne fa automaticamente questione di sguardo. Ecco, il problema sta proprio qui”. Tale affermazione è perfettamente applicabile anche a “Triangle of sadness”.
Un’opera dissacrante che usa il tema della lotta di classe per mostrarci i mostri della cultura occidentale e sovvertire svariati luoghi comuni: l’uomo etero nel mondo della moda è più debole rispetto agli omosessuali e alle donne e il matriarcato riesce perfettamente a destreggiarsi in situazioni estreme mentre per anni il cinema hollywoodiano ci ha mostrato quasi esclusivamente la forza del maschio.

VOTO: 7.5

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *