ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“UNA STORIA” DI ANNA FOGLIETTA

Anno: 2026
Con: Guido Caprino, Alba Rohrwacher

Erika e Mauro hanno quarantacinque anni e una vita apparentemente ordinaria, costruita sulla routine e sulla ripetizione dei gesti quotidiani. Lei lavora come cassiera in un discount, lui nell’impresa edile del padre, che continua a considerarlo un incapace. La loro esistenza ruota attorno al lavoro, alla casa e alla famiglia. Poi, quasi contemporaneamente, qualcosa si spezza, la figlia Irene parte per l’università e lascia la casa. Per Erika non è soltanto l’uscita di scena di una figlia: è la perdita del ruolo attraverso cui ha definito se stessa per tutta la vita. La casa continua a essere la stessa, ma improvvisamente non sembra più avere bisogno di lei. Erika continua a cucinare, pulire, organizzare, occuparsi degli altri, come se la ripetizione di quei gesti potesse riempire un vuoto che invece diventa ogni giorno più evidente. Anche Mauro perde il proprio punto di riferimento. Quando il padre lo licenzia, viene privato dell’unico spazio nel quale ha sempre cercato una conferma del proprio valore. Se Erika non sa più chi essere senza la figlia da accudire, Mauro non sa più chi essere senza il lavoro attraverso cui ha sempre pensato di svolgere il proprio ruolo di uomo e di padre. Le loro crisi sono speculari e finiscono per mettere in discussione la coppia stessa. Per anni Erika e Mauro si sono sostenuti, completati e, in qualche modo, definiti attraverso i rispettivi ruoli. Ora che quei ruoli vengono meno, sono costretti a guardarsi senza più le sovrastrutture che li hanno protetti. E scoprono di avere costruito pochissimo al di fuori della famiglia e del lavoro. È questo il punto più interessante di “Una storia”: l’orrore non arriva da un elemento estraneo alla realtà, ma nasce dalla realtà stessa. Non ci sono mostri, eventi eccezionali o minacce riconoscibili. C’è la paura molto più concreta che una vita normale possa improvvisamente smettere di funzionare. La partenza di una figlia, la perdita di un lavoro, l’invecchiamento dei genitori: eventi comuni che, sommati, aprono una crepa nell’esistenza dei protagonisti. Anna Foglietta costruisce così un dramma intimo, domestico, quasi soffocante. La paura nasce dalla sottrazione: vengono meno, uno dopo l’altro, gli elementi che permettevano a Erika e Mauro di riconoscersi. E più il mondo esterno si restringe, più la loro dimensione privata diventa problematica. Il racconto rimane infatti ostinatamente vicino alla coppia. Gli altri personaggi vengono spesso lasciati ai margini o confinati fuori campo, mentre l’attenzione torna continuamente su Erika e Mauro, sui loro corpi, sui loro silenzi, sui gesti ripetuti. È una scelta che accentua la sensazione di isolamento. Erika non ha hobby, amicizie profonde o interessi che appartengano soltanto a lei. Mauro, al di fuori del lavoro e del calcio, sembra avere costruito altrettanto poco. Entrambi hanno investito quasi tutto nella funzione che ricoprivano: lei nella cura, lui nel lavoro. Quando quelle funzioni vengono meno, rimane una domanda tanto semplice quanto destabilizzante: cosa resta di una persona quando non può più essere ciò che è stata per tutta la vita? Il film trova così il proprio elemento perturbante proprio nella normalità. La colazione con il ciambellone, le faccende domestiche, il lavoro, i genitori che invecchiano, una figlia che va all’università: tutto appartiene a una quotidianità riconoscibile. Ma dentro questa normalità si apre lentamente un abisso. Non è la paura di perdere una vita straordinaria; è la paura di scoprire che, una volta cambiata la vita di tutti i giorni, forse non si sa più come vivere. Sul piano della messa in scena, Anna Foglietta ricorre frequentemente a inquadrature a macchina fissa e al montaggio interno, lasciando che siano la disposizione dei corpi nello spazio e i piccoli gesti quotidiani a costruire la tensione. Una scelta coerente con la volontà di raccontare un dolore sordo attraverso la normalità, anche se non sempre riesce a evitare una certa rigidità compositiva. Più convenzionale appare invece l’utilizzo della colonna sonora, che in alcuni passaggi sottolinea in maniera fin troppo esplicita le emozioni dei personaggi. Il commento musicale tende così a suggerire allo spettatore come leggere una determinata situazione, invece di lasciare che siano la scena, i silenzi e i comportamenti di Erika e Mauro a produrre autonomamente il sentimento di inquietudine. È una scelta di contrappunto emotivo piuttosto prevedibile, che rischia di indebolire proprio quella sofferenza che il film cerca di costruire attraverso la quotidianità. ll lieto fine compromette il realismo della narrazione. Nella vita, infatti, problemi profondi e situazioni dolorose non trovano necessariamente una soluzione positiva, e proprio questa consapevolezza può rendere una storia più credibile e significativa. Molti registi contemporanei dovrebbero imparare che un finale più amaro, aperto o irrisolto, invece, può lasciare un senso di vuoto e spingere lo spettatore a riflettere più a lungo sui temi affrontati dalla storia.

VOTO: 6

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