ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“LA DONNA SCIMMIA” DI MARCO FERRERI

Anno: 1964
Con: Ugo Tognazzi, Annie Girardot

Antonio, un piccolo truffatore, scopre in un ospizio Maria, una donna completamente ricoperta di peli e tenuta nascosta per tutta la vita. Intuendo la possibilità di guadagnare sfruttando il suo aspetto, Antonio la convince a lasciare l’ospizio e la presenta al pubblico come una mostruosa donna scimmia. Proveniente dall’esperienza neorealista, Ferrri, esordì in Spagna nel 1958 con “El pisito”. In collaborazione con il fedele sceneggiatore Rafael Azcona, si allontanò progressivamente dai dogmi del neorealismo, sviluppando uno stile personale caratterizzato da una visione sempre più grottesca, provocatoria e sadica della società. “La donna scimmia” si inserisce pienamente nella sua poetica provocatoria, e insieme a “Freaks” di Browning, “Eraserhead” di Lynch, “Venere nera” di Kechiche, può essere identificato come cinema sullo sfruttamento del diverso. Attraverso la vicenda di Antonio e Maria, il regista costruisce una riflessione amara sulla mercificazione del corpo, sull’emarginazione della diversità e sulla trasformazione dei sentimenti in strumenti di interesse economico. Quella che potrebbe apparire come una storia assurda e paradossale diventa così il punto di partenza per mettere in discussione i meccanismi attraverso cui la società definisce la normalità e stabilisce quali corpi possano essere accettati e quali, invece, debbano essere considerati anormali. Maria viene innanzitutto percepita attraverso il suo aspetto fisico. La sua diversità, anziché essere riconosciuta nella sua dimensione umana, diventa una caratteristica da esibire e sfruttare. Antonio comprende infatti che ciò che rende Maria marginale agli occhi della società può trasformarsi in una fonte di profitto. Il corpo della donna smette così di appartenere pienamente alla persona che lo abita e diventa qualcosa da amministrare, organizzare e mostrare. Ferreri mette in luce, attraverso questa dinamica, un meccanismo tutt’altro che circoscritto alla vicenda del film: ciò che viene escluso perché considerato diverso può essere contemporaneamente trasformato in spettacolo, curiosità e merce. Antonio rappresenta in questo senso una figura emblematica. Il suo comportamento è opportunistico e grottesco, ma proprio per questo assume un valore che va oltre la dimensione individuale. Egli considera Maria non soltanto come una compagna, ma come un investimento dal quale ottenere un guadagno. Anche il matrimonio e la dimensione familiare, tradizionalmente associati all’amore e alla protezione, vengono reinterpretati come strumenti di possesso e di organizzazione economica del corpo femminile. Ferreri mette così in discussione anche quelle istituzioni che, apparentemente rispettabili e normali, possono nascondere rapporti di potere e forme di sfruttamento. Uno degli elementi più interessanti del film è però il rapporto tra denuncia e spettacolo. Ferreri sceglie il grottesco e l’assurdo, provocando nello spettatore una reazione ambigua: si ride, ma il riso è spesso accompagnato da un senso di disagio. Questa ambivalenza impedisce una lettura semplicemente morale della vicenda. Lo spettatore non può limitarsi a provare compassione per Maria e condannare Antonio, perché viene coinvolto direttamente nel meccanismo dello sguardo che il film vuole mettere in discussione. Qui emerge una delle contraddizioni più profonde dell’opera. Ferreri denuncia la trasformazione della diversità in spettacolo, ma allo stesso tempo costruisce un film che porta lo spettatore a osservare proprio quella diversità. Il pubblico cinematografico finisce quindi per assumere una posizione non molto diversa da quella del pubblico che accorre a vedere la “donna scimmia”. La curiosità che muove gli spettatori del film dentro il film trova un corrispettivo nella curiosità dello spettatore reale. Il regista sembra essere pienamente consapevole di questa dinamica e, invece di offrire una soluzione rassicurante, la utilizza per coinvolgere il pubblico nella contraddizione. Per questo “La donna scimmia” non può essere interpretato come una semplice denuncia nella quale sono facilmente distinguibili vittime e carnefici. Il mondo rappresentato da Ferreri è molto più cinico e complesso: l’amore è contaminato dall’interesse, il matrimonio può diventare una forma di possesso e la curiosità del pubblico contribuisce alla costruzione di un mercato fondato sulla diversità. L’alterità, invece di essere accolta nella sua complessità, viene continuamente classificata, esibita e consumata. La donna non è una figura esclusivamente vittimizzata e commovente. Non cerca una facile identificazione emotiva dello spettatore, ma lo mantiene in una posizione di disagio e di incertezza. È proprio questa assenza di consolazione a rendere il film particolarmente provocatorio: lo spettatore viene costantemente costretto a interrogarsi sul proprio modo di guardare e sui propri criteri di giudizio. La provocazione, dunque, non riguarda soltanto ciò che viene raccontato, ma anche il modo in cui il pubblico è chiamato a partecipare alla visione. In questa prospettiva, il concetto di “normalità” assume un ruolo centrale. La normalità non appare come una condizione naturale e oggettiva, ma come una costruzione sociale che stabilisce quali corpi siano accettabili e quali debbano essere marginalizzati. Maria diventa quindi il simbolo di un’alterità che la società non riesce ad accettare se non trasformandola in qualcosa di diverso da sé: una curiosità, un’attrazione, una merce. Il film conserva per questo una forte attualità. Anche al di là del contesto storico in cui è stato realizzato, il meccanismo descritto da Ferreri rimane riconoscibile: ciò che viene considerato diverso può essere prima escluso e poi, attraverso i meccanismi dello spettacolo e del consumo, trasformato in oggetto di attenzione. La diversità viene così contemporaneamente rifiutata e sfruttata. Il valore de “La donna scimmia” non risiede, quindi, nell’offrire una risposta definitiva al problema della diversità, ma nella capacità di lasciare aperta la questione e di coinvolgere lo spettatore nel meccanismo che il film stesso critica. Ferreri non propone un cinema rassicurante né una morale semplicemente anticapitalistica: costruisce piuttosto una situazione disturbante nella quale vittima, sfruttatore e spettatore finiscono, seppure in forme diverse, per essere coinvolti nello stesso sistema. È proprio questa ambiguità a rendere l’opera particolarmente radicale. Un film che non permette allo spettatore di sentirsi completamente estraneo al mondo che rappresenta, ma lo costringe a riconoscere la propria posizione all’interno di un sistema fondato sullo sguardo, sulla curiosità e sulla mercificazione dell’alterità. “La donna scimmia” diventa così non soltanto una critica dello sfruttamento di Maria, ma una riflessione più ampia sulla difficoltà della società di confrontarsi con ciò che considera diverso senza trasformarlo in qualcosa da escludere, possedere o consumare.

VOTO: 10

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