“PECCATO” DI VALERIO VESTOSO
Anno: 2026
Con: Emanuela Fanelli, Paola Cortellesi, Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi, Tulio Solenghi, Anna Bonaiuto, Valerio Mastandrea, Malcom Pagani, Caterina Balivo, Gigi Marzullo, Gianni Canova, Piera Detassis, Ferzan Özpeteck, Angela Melillo, Patrizia Pellegrino, Stefania Orlando, Pino Strabioli, Antonio Ricci, Paolo Virzì, Francesca Archibugi, Geppi Cucciari, Fabio Fazio, Martufello, Antonio Zequila, Isabella Rossellini
Che fine ha fatto Emanuela Fanelli?
La serie ideata e interpretata da Emanuela Fanelli, Giulio Somazzi e Valerio Vestoso, è un’operazione comica che utilizza il mondo dello spettacolo come pretesto per raccontare la vanità, l’ambizione, il bisogno di riconoscimento, la paura dell’oblio e la difficoltà di fare i conti con la propria immagine. Ambientata nel 2049, la serie immagina una Emanuela Fanelli sessantatreenne, ormai ritiratasi dalle scene e relegata in un isolamento in Valle d’Aosta. Un giornalista cerca di ricostruire le ragioni della sua scomparsa e di ripercorrere una carriera che, dopo un’ascesa apparentemente promettente, si è conclusa in maniera disastrosa. La premessa è già di per sé ironica: immaginare il fallimento professionale di un’attrice che, nella realtà, sta attraversando una stagione di grande successo. La scelta del mockumentary, il falso documentario, è particolarmente efficace. La serie adotta il linguaggio dell’inchiesta giornalistica e della ricostruzione biografica, conferendo credibilità a una vicenda completamente inventata. Si crea così un continuo cortocircuito tra realtà e finzione, tra personaggi autentici e situazioni paradossali. L’ironia della Fanelli non si limita alla battuta o alla costruzione di situazioni comiche. È soprattutto uno strumento di osservazione e di demolizione. Il mondo dello spettacolo viene raccontato come un universo autoreferenziale, popolato da personaggi che sembrano attribuire a sé stessi un’importanza inversamente proporzionale alla loro capacità di riconoscere il ridicolo delle proprie ambizioni. Attori, registi, produttori e giornalisti si muovono all’interno di un sistema fatto di rivalità, adulazioni, gelosie, alleanze e riconoscimenti reciproci. Un ambiente nel quale tutti sembrano conoscersi, frequentarsi e giudicarsi, ma nel quale nessuno può davvero permettersi di fare a meno dello sguardo degli altri. Si critica il sistema, ma contemporaneamente si cerca di conservarne i privilegi; si ostenta indipendenza, ma si è costantemente alla ricerca di conferme e legittimazione. È una rappresentazione sarcastica del cosiddetto circoletto dello spettacolo, delle sue gerarchie non dichiarate, delle amicizie strategiche e delle piccole rivalità consumate dietro dichiarazioni di stima e reciproca ammirazione. Un mondo nel quale persino la spontaneità sembra accuratamente costruita e l’autoironia rischia di diventare un’ulteriore forma di autopromozione. Particolarmente divertente è il coinvolgimento di personaggi realmente appartenenti allo spettacolo italiano, chiamati a interpretare versioni deformate e caricaturali di sé stessi. Sabrina Ferilli, Alessandro Borghi, Paola Cortellesi e altri volti noti entrano in questo gioco di specchi, contribuendo a rendere ancora più sottile il confine tra la persona e il personaggio pubblico. Il sarcasmo funziona proprio perché nessuno sembra essere completamente al riparo dalla caricatura, a cominciare dalla stessa Fanelli. Non c’è una posizione di superiorità morale dalla quale giudicare gli altri: l’autrice sceglie di mettere in ridicolo anche sé stessa, anticipando persino le possibili derive della propria carriera. È un esercizio di autoironia piuttosto coraggioso, perché consiste nel prendere le distanze dalla propria immagine pubblica prima ancora che questa possa diventare ingombrante. Sotto la superficie dissacrante, tuttavia, si nasconde una riflessione meno leggera. Che cosa rimane di una persona quando viene meno il successo? Chi siamo quando non siamo più cercati, desiderati, celebrati o considerati interessanti? La protagonista immaginaria rappresenta il rovescio della medaglia della celebrità: l’oblio, che in un ambiente fondato sulla visibilità assume quasi i contorni di una morte simbolica. La paura di non essere più nessuno è forse il tema più umano della serie. Non riguarda soltanto gli attori, ma chiunque abbia costruito una parte della propria identità attraverso il riconoscimento altrui. Il successo, in questa prospettiva, non è soltanto una conquista professionale: può diventare una dipendenza, un bisogno che finisce per condizionare il modo in cui ci percepiamo. La comicità di Emanuela Fanelli è particolarmente efficace perché non cerca continuamente la risata. La sua interpretazione si affida ai tempi, alle pause, alle espressioni e alla serietà con cui affronta situazioni palesemente assurde. È proprio questa compostezza a rendere il grottesco ancora più divertente. “Peccato” riesce così a trasformare il mondo dello spettacolo in una metafora della società contemporanea, nella quale l’apparire spesso precede l’essere e la costruzione della propria immagine finisce per diventare un’attività a tempo pieno. La sua intuizione più felice consiste nel prendere un ambiente che vive di rappresentazioni, costruire una rappresentazione che lo derida e restituirci, attraverso il paradosso, un ritratto sorprendentemente realistico delle sue debolezze. Perché forse il vero peccato non è fallire, invecchiare o essere dimenticati. È non riuscire a immaginare chi siamo quando smettiamo di essere applauditi.
VOTO: 8
