ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“IT ENDS” DI ALEXANDER ULLOM

Anno: 2026
Con: Phinehas Yoon, Akira Jackson, Noah Toth, Mitchell Cole

In loop

Quattro amici appena usciti dal college si ritrovano intrappolati in una strada deserta che sembra non avere una fine. Quello che doveva essere un semplice viaggio notturno si trasforma progressivamente in un incubo, nel quale ogni tentativo di fuga si rivela inutile e la realtà assume contorni sempre più oscuri. La forza dell’idea di partenza non risiede soltanto nella capacità di trasformare una situazione ordinaria in un dispositivo horror. La strada infinita diventa soprattutto una potente immagine esistenziale: la rappresentazione concreta di quella condizione psicologica in cui si continua ad andare avanti senza sapere verso quale destinazione, con la sensazione che lo sforzo compiuto non produca alcun reale avanzamento. “It ends” sembra suggerire che l’orrore non cominci necessariamente quando ci si trova davanti a qualcosa di mostruoso, ma quando viene meno la possibilità di attribuire un senso a ciò che accade. Finché una strada conduce da qualche parte, anche la fatica del viaggio può essere giustificata. Quando, invece, il percorso si ripete senza offrire una meta, il movimento stesso perde significato e si trasforma in una forma di prigionia. La strada del film non è semplicemente un luogo dal quale i protagonisti non riescono a fuggire: è uno spazio che sembra aver cancellato la distinzione tra il procedere e il restare immobili. L’automobile avanza, il contachilometri continua a segnare nuove distanze, il paesaggio scorre, ma nulla di tutto questo garantisce un autentico progresso. Il movimento è soltanto apparente, perché alla continuità del viaggio non corrisponde alcuna evoluzione della condizione in cui i personaggi sono intrappolati. È uno stato che richiama il senso di blocco psicologico: si continua a fare, a tentare, a consumare energie, senza riuscire a modificare ciò che conta davvero. La strada diventa così la rappresentazione di un’esistenza nella quale l’impegno non assicura una ricompensa e il futuro, anziché presentarsi come uno spazio di possibilità, si trasforma nella semplice ripetizione del presente. L’aspetto più angosciante di questa condizione è forse proprio la sua apparente normalità. Non esistono catene visibili, né un carceriere al quale chiedere conto della propria prigionia. I protagonisti possono guidare, parlare, elaborare teorie e tentare soluzioni; eppure, ogni loro iniziativa sembra ricondurli al punto di partenza.
Una delle intuizioni più interessanti del film riguarda la trasformazione della fatica in una condizione permanente. Nella vita ordinaria siamo abituati a giustificare gli sforzi attraverso un obiettivo: studiare per laurearsi, lavorare per costruirsi una stabilità, affrontare una difficoltà nella speranza di superarla. Anche quando il presente è faticoso, la prospettiva di un traguardo consente di attribuirgli un significato.
Ma cosa succede quando il traguardo scompare? La strada infinita porta alle estreme conseguenze proprio questa domanda. I personaggi non sanno quanto durerà il viaggio, né se esista una possibilità concreta di uscirne. La fatica, privata di una conclusione, smette di essere una fase transitoria e diventa il loro orizzonte esistenziale. È qui che la premessa fantastica si avvicina all’esperienza dell’esaurimento emotivo: non tanto perché i protagonisti siano semplicemente stanchi, quanto perché vengono privati della possibilità di immaginare un momento in cui la stanchezza potrà finalmente terminare. La fatica ordinaria presuppone un prima e un dopo; quella esistenziale nasce invece dalla sensazione che non esista più un dopo diverso dal presente. Non si è esausti soltanto per ciò che si sta facendo, ma per l’idea di dover continuare a farlo indefinitamente. Il viaggio comincia in un momento particolarmente significativo: i protagonisti sono giovani adulti che hanno appena concluso il college e si trovano sulla soglia di una nuova fase della vita. L’amicizia che li unisce appartiene a un mondo che sta per cambiare, mentre il futuro professionale e personale si presenta ancora incerto. La strada senza fine materializza questa sospensione tra una condizione ormai conclusa e una nuova identità che non riesce a prendere forma. La loro prigionia può dunque essere letta come una versione mostruosa del passaggio all’età adulta: il momento in cui vengono meno le tappe che, fino a quel momento, avevano dato una struttura all’esistenza, senza che sia ancora possibile sostituirle con obiettivi altrettanto chiari. Non è soltanto la paura di fallire a generare angoscia. È anche la possibilità che, nonostante tutti gli sforzi, non esista una destinazione capace di giustificarli. In questa prospettiva, l’infinito non coincide con una libertà illimitata, ma con il suo contrario. Se tutto può continuare per sempre, ogni scelta rischia di perdere il proprio peso. La strada infinita suggerisce anche un’altra possibilità interpretativa: continuare a muoversi può diventare un modo per evitare di affrontare ciò che si teme. Finché l’automobile procede, i protagonisti possono rimandare la domanda decisiva: che cosa fare quando non esiste più una soluzione evidente? Il movimento mantiene viva l’illusione che qualcosa cambierà. Fermarsi, invece, significherebbe esporsi direttamente all’incertezza e alla paura. Questa lettura non implica che ogni tentativo di fuga sia una forma di evitamento psicologico. Nel film fermarsi comporta un pericolo concreto, e dunque continuare a guidare è anche una necessità narrativa. La metafora diventa interessante quando si estende alla condizione umana: a volte si continua a inseguire obiettivi, impegni e soluzioni non perché si creda davvero nella loro efficacia, ma perché l’alternativa costringerebbe a mettere in discussione l’intero percorso intrapreso. Si può restare intrappolati persino nella ricerca di una via d’uscita. Si cerca una risposta, poi un’altra; si formula una nuova ipotesi, si tenta un’altra strada, si rimanda ancora la resa dei conti con l’incertezza. E, nel frattempo, la vita continua a scorrere. Di fronte a una situazione che non riescono a spiegare, i personaggi cercano di ricondurre l’assurdo a categorie comprensibili. Si interrogano sulla natura del luogo, sulle sue regole, sulla possibilità di trovarsi in una dimensione ultraterrena. È un tentativo di ristabilire un ordine, di trasformare qualcosa di incomprensibile in un problema dotato di una soluzione. Questa esigenza rivela un aspetto profondamente umano: spesso siamo più disposti a sopportare una realtà dolorosa quando possiamo comprenderne le ragioni. L’incertezza assoluta, invece, mina la nostra capacità di orientarci, perché ci impedisce di distinguere tra ciò che dipende da noi e ciò che ci sfugge completamente. L’orrore del film nasce anche da questa impossibilità di ottenere una spiegazione definitiva. La strada esiste, i suoi pericoli sono reali all’interno della narrazione, ma il loro significato rimane sfuggente. È come se i protagonisti fossero costretti a vivere senza quella cornice interpretativa che permette normalmente di organizzare gli eventi in una storia coerente.
In questo senso, “It Ends” si avvicina al pensiero dell’assurdo: il bisogno umano di trovare un significato si scontra con una realtà che non offre risposte proporzionate alle nostre domande. La sofferenza non deriva soltanto da ciò che accade, ma anche dall’impossibilità di capire perché accada e quale direzione debba essere presa. Un’altra conseguenza della strada infinita è la progressiva dissoluzione del tempo come strumento di orientamento. Quando i giorni si susseguono senza cambiamenti sostanziali, il tempo perde la propria struttura: non conduce più da un evento a un altro, ma si dilata in una continuità monotona. Il film intuisce qualcosa di paradossale: non sempre è l’intensità della sofferenza a renderla insostenibile. Talvolta è la sua durata indefinita, soprattutto quando non si riesce a immaginare una trasformazione. È il peso di un presente che non passa mai davvero, perché ogni cambiamento si rivela incapace di produrre un futuro differente. I protagonisti reagiscono diversamente alla loro condizione. Le loro strategie riflettono modi differenti di affrontare l’incertezza: razionalizzare, resistere, cercare un significato, tentare di accettare ciò che non si riesce a modificare. Il conflitto non riguarda soltanto la sopravvivenza fisica, ma la possibilità di attribuire un valore alla propria esistenza anche quando il risultato delle proprie azioni rimane imprevedibile. Accettare, tuttavia, non significa necessariamente arrendersi. Può voler dire riconoscere che non tutto è controllabile e che la vita non può essere subordinata interamente alla conquista di una meta. Allo stesso modo, continuare a cercare una via d’uscita non equivale sempre a perseverare con coraggio: può anche significare rifiutarsi di riconoscere i limiti del controllo individuale. Il titolo “It Ends” introduce un’ambiguità decisiva. Significa «finisce», ma la strada che il film mette in scena sembra negare proprio questa possibilità. La promessa implicita della conclusione si scontra con l’esperienza di un percorso che non offre alcuna garanzia di terminare. La fine, però, può essere intesa in più modi. Può essere la conclusione concreta di una condizione, ma anche la fine di un’illusione: quella secondo cui ogni percorso debba necessariamente avere un traguardo riconoscibile e ogni sforzo debba produrre un risultato proporzionato. In questo senso, il titolo non indica soltanto una soluzione narrativa. Contiene una domanda sul nostro rapporto con il limite. Se l’idea dell’infinito terrorizza, è anche perché ci sottrae la possibilità di stabilire quando una prova sarà terminata, quando potremo smettere di resistere e quando sarà finalmente lecito riposare. Sul piano cinematografico, la forza dell’opera prima di Ullom risiede soprattutto nella capacità di sviluppare un’idea semplice attraverso la ripetizione e l’attesa. L’orrore non ha bisogno di manifestarsi continuamente attraverso apparizioni spettacolari: è già contenuto nella struttura stessa della situazione. La scelta di privilegiare i dialoghi, le reazioni e le ipotesi dei protagonisti sposta il fulcro del racconto dal mistero in sé alle conseguenze psicologiche del mistero. Non conta soltanto capire che cosa sia quella strada, ma osservare che cosa la sua esistenza produca nelle persone costrette ad attraversarla. La parte iniziale del film è potentissima, mentre il corpo centrale sembra concentrarsi sull’accumulo di scene ripetitive, quasi fossero funzionali soltanto a raggiungere la durata di un lungometraggio. Il finale, invece, colpisce proprio per la sua natura sospesa e non didascalica. Angosciante.

“Devo continuare. Non posso continuare. Continuerò”
(Samuel Beckett)

VOTO: 8

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