“NO OTHER CHOICE” DI PARK CHAN-WOOK
Anno: 2026
Con: Lee Byung-hun, Son Ye-jin
Una casa conquistata a fatica, la natura circosatante ad essa che impazza nella sua deflagrante bellezza, due splendidi cani di razza, una moglie bella e accudente, due figli (un maschio e una femmina, che perfezione!), un lavoro a tempo indeterminato in grado di garantire al nucleo famigliare svariati hobbies borghesi (le lezioni di giardinaggio, quelle di violoncello, il tennis), Man-soo ha tutto questo. Ha quello che la cultura occidentale, soprattutto quella made in USA, ci ha imposto (la storia ci insegna che la Corea del Sud e l’America hanno un rapporto indissolubilmente legato alla Guerra di Corea, un conflitto che ha plasmato l’intera regione). Il suo American dream si è concretizzato, apparentemente nulla può scalfirlo. Ma dopo 25 anni di onorato servizio verrà licenziato, nonostante gli abbiano regalato come premio produttività un’anguilla. E il mutuo? E le lezioni di violoncello, di tennis e di giardinaggio? E i cani? E gli abbracci in giardino a sugellare la vita perfetta come in un telefilm americano degli anni 80?
Per Hegel il lavoro è un atto attraverso cui l’uomo si oggettiva e si realizza, per Marx, essendo insudiciato dal capitalismo, esso riduce l’essere umano a mero strumento. Il regista estremizza il pensiero hegeliano: Man-soo è il lavoro che fa e come teorizzato da Marx il capitalismo lo ha spersonalizzato. Lo ha convinto che il male da abbattere non risieda nei “padroni” ma negli operai come lui. Man-soo non attacca i capitalisti, ormai fa parte di tale ingranaggio, uccide quelli come lui che potrebbero soffiargli il posto, è scevro da ogni atto rivoluzionario. Nel finale accetta senza problemi di riavere il lavoro anche se questo comporterà il licenziamento di altre persone. L’uomo è una bestia famelica, chi oggi mangia domani verrà mangiato. La lotta di classe è per Park Chan-wook ormai superata, il capitalismo ha vinto, sono i sottoposti a scannarsi tra di loro, sino a quando si troveranno ad affrontare una battaglia persa sin dall’inizio, quella contro l’AI che si sta sostituendo agli umani.
La costruzione degli omicidi rimanda a quella messa in atto da Matt Dillon in “La casa di Jack” di Lars Von Trier, alcuni lampi pulp ricorderanno ai più ingenui Quentin Tarantino, ma in realtà sono tipici del cinema orientale. La regia di Chan-wook è articolata, puntuale, barocca. La macchina da presa del regista è come sempre sinuosa, la fotografia con i suoi cambi costanti di colori è al servizio degli stati d’animo dei personaggi. Personaggi ambigui e immorali. Il protagonista è goffo, grottesco, ormai accecato dalla follia capitalista, il sostentamento della sua famiglia è tutto sulle sue spalle, la moglie è pragmatica, anche lei pronta a tutto pur di non perdere ciò che di materiale possiede. Creature che non riescono a non compiere il male in un mondo ormai completamente infettato da esso.
Sottotrame, situazioni estreme e grottesche inondano la narrazione senza tregua, Chan-wook apre persino lampi melodrammatici nel raccontare la storia d’amore tra i protagonisti.
La forma nonostante sia strabordante non divora il contenuto. Qui l’estetica è anche etica.
Si ride a denti stretti.
VOTO: 8.5
