ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“MOTHER’S INSTINCT” DI BENOÎT DELHOMME

Anno di produzione: 2023
Con: Jessica Chastain, Anne Hathaway

QUELLE DUE

America anni sessanta, Alice e Celine sono amiche e vicine di casa. Hanno due figli della stessa età. Alice è bionda come vuole la moda del momento, soffre di ansia e vorrebbe fare la giornalista ma il marito non vuole. Celine ha il look di quella che è stata la prima influencer della storia: Jackie Kennedy. Da lei ha preso tutta la stucchevole vita di facciata, è infatti una moglie devota, una madre affettuosa, un angelo del focolare (ma “Jackie” di Pablo Larraín ci ha mostrato anche una first lady ambiziosa, narcisista e desiderosa di imporre la sua figura a prescindere dal marito). Celine vorrebbe un altro figlio ma non può più averne e si sente castrata. Tra grandi bevute e sigarette fumate con avidità (che bello tornare a vedere nell’attuale cinema personaggi fumare), le due si spalleggiano spinte da un’apparente solidarietà femminile. L’idillio verrà spezzato dalla morte accidentale del figlio di Celine. Dopo il tragico incidente le protagoniste verranno risucchiate in un vortice di sospetti, paranoie e menzogne. Le loro esistenze dai colori pastello verranno messe a dura prova, il marcio che cova sotto l’apparente perfezione salirà in superficie (ma Delhomme non è nè Lynch nè Haynes). I mariti sono ridotti a figure di contorno, ma hanno già agito nella psiche delle compagne attuando il patriarcato feroce.
La prima parte di “Mother’s Instinct” è interessante nella caratterizzazione dei personaggi, nella costruzione del contesto sociale in cui essi vivono e nel narrare il dolore per un lutto deflagrante. Lentamente ma sempre più inesorabilmente quello che sembra essere un dramma si tramuta in un thriller fatto di colpi di scena risaputi, di morti misteriose (che poi tanto misteriose non sono) e di false piste.
L’unico elemento di interesse diventa quindi la riflessione che si può applicare al film sull’omaggio fatto ai thriller made in USA degli anni ottanta e novanta e su come al contempo si discosti da essi. Il finale che annulla il lieto fine e l’azzeramento dello schematismo tra buoni e cattivi, sani di mente e psicopatici, è la principale differenza tra questo lungometraggio e quelli di un trentennio fa del medesimo genere. Le personalità patologiche di Celine e Alice sono il frutto delle pressioni sociali e dei dogmi imperanti nella società anni sessanta. Il film ci mostra cosa accade se ad una donna viene tolta l’unica cosa per cui gli altri le hanno fatto credere abbia senso vivere.
La regia di Benoît Delhomme è attenta nel mettere in relazione i personaggi con le scenografie e gli oggetti di scena, scelta fondamentale per la costruzione del contesto sociale in cui le protagoniste si muovono. Il resto del film lo fanno due attrici particolarmente ispirate.
Poco riuscito come film di genere, stimolante come riflessione sulla maternità e sull’omologazione civica.

VOTO: 5.5

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