“MAXXXINE” DI TI WEST
Anno di produzione: 2023
Con: Mia Goth, Kevin Bacon, Elizabeth Debicki, Giancarlo Esposito
A STAR IS BORN
Ormai è chiaro, l’horror citazionista è una specie di sottogenere. Tra i pochi registi che approcciano all’horror in maniera originale ci sono Robert Eggers, Jordan Peele, Ari Aster e in parte Rob Zombie. Altrimenti ci troviamo di fronte ad autori che attuano la solita ripetizione di un’idea di partenza collaudata, e cioè un gruppo di giovani che durante un viaggio finiscono nelle grinfie dei killer di turno, diventando carne da macello, a parte quella che viene definita la final girl. Alcuni registi si limitano al plagio, altri aggiungono lievi varianti a quello che è il modello di partenza, cioè il magnifico e insuperabile “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper.
“X – A sexy horror story” (la prima parte della trilogia) era esattamente questo. La fattoria, il Texas assolato, un gruppetto di giovani (in questo caso attori porno), 2 killer spietati, la mattanza, una sola sopravvissuta. A questo West apportava la sessuofobia dell’America puritana degli anni ’70, la paura di invecchiare e la frustrazione di non essere diventati ciò che si voleva, ma fondamentalmente la struttura del film era perfettamente riconducibile a “Non aprite quella porta”, anche a livello estetico. Poi è stata la volta di “Pearl”, prequel del primo film. Esso si concentra sulla giovinezza dell’anziana assassina di “X”, qui i riferimenti del regista sono “Il mago di Oz” di Fleming, del quale è una specie di remake malato, e i film muti con le attrici dall’espressivitá esasperata. “Pearl”, come il precedente, racchiudeva in sé il sottotesto dell’ambizione sfrenata, della fobia del sesso, e descriveva un’America politicamente problematica (quella degli anni ’10 del novecento), pur essendo un’opera radicalmente più psicologica. “Maxxxine” è il sequel di “X”, la protagonista è la final girl del primo lungometraggio. L’azione si sposta negli Stati Uniti governati da Regan e più precisamente ad Hollywood, dove la ragazza vuole abbandonare il porno e diventare un’attrice “seria”. Ancora il tema dell’aspirazione, ancora l’America puritana, ancora il tempo che passa inesorabile. West abbandona l’idea di citare “Non aprite quella porta” e si concentra sulla rielaborazione degli stilemi estetici cari a Brian De Palma (lo split screen, la fotografia livida, 2 palesi riferimenti a “Omicidio a luci rosse”…), rimanda a Polanki e al suo “Chinatown” e a tanto cinema dell’orrore di serie Z, così come al porno, a Bava, Fulci, Argento, Tarantino, Rodriguez, ma anche ai telefilm polizieschi anni ’80/’90. I due agenti della omicidi sembrano le versioni grottesche dei personaggi di “Hunter”. Il regista attua il citazionismo anche in base al decennio in cui la sua pellicola è ambientata. Con “Maxxxine” costruisce però una sceneggiatura più articolata rispetto alle altre. Intorno alla protagonista gravitano una serie di figure funzionali a rendere la trama gialla più complessa (l’ambiguo detective, il killer con i guanti, il cappello e il trench, la regista, le colleghe).
L’assassino è il famigerato Night Stalker o è qualcuno che segue le sue orme per sviare le indagini? Il passato truculento di Maxine verrà a galla? Riuscirà a diventare la star che da sempre vuole essere? Gli incubi che la perseguitano cesseranno?
Hollywood è la fabbrica dei sogni ma anche degli incubi, un universo che può generare mostri, del resto Bette Davis dichiarò che si è una vera star solo quando si diventa un mostro.
Mia Goth dopo la recitazione sopra le righe di “Pearl”, dimostra di saper usare anche registri interpretativi più contenuti e riesce ad incarnare attraverso il particolarissimo volto tante famose attrici che hanno contribuito a rendere grandioso il genere horror/thriller. La protagonista vorrebbe essere la nuova Brooke Shields, ma in lei si agitano la Bette Davis di “Che fine ha fatto Baby Jane?”, la Shelly Duvall di “Shining”, la Melanie Griffith di “Omicidio a luci rosse”. Maxine è però notevolmente più incazzata, violenta e a suo modo femminista. Non è una vittima, è lei che governa la sua vita e lo fa usando ogni mezzo a sua disposizione, sia esso morale o immorale. Il mondo del cinema è governato dai maschi, la famiglia è patriarcale, ma Maxine picchia duro come un maschio e si impone esattamente come facesse parte del “sesso forte”. Nessuno può mettersi tra lei e il suo american dream, chiunque tenterà di farlo verrà eliminato. Chi vuole fermarla fa parte dell’universo maschile, chi la aiuterà a sfondare nel cinema è invece una regista donna. La valenza di tale scelta è palesemente femminista.
Dalla sperduta e isolata fattoria del Texas ci spostiamo nella Los Angeles anni ’80, da un microcosmo ad un macrocosmo, e “Maxxxine” si fa thriller urbano come “Lo squartatore di New York” di Lucio Fulci.
Secco, affascinante, lucente, edonista. Cinema vintage, ricco e ammaliante. Una spanna sopra i capitoli precedenti.
Cult la scena del probabile stupratore mascherato da Buster Keaton che viene costretto dalla protagonista a fare un pompino alla canna della sua pistola.
VOTO: 7
