ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“LA PASSIONE DI GIOVANNA D’ARCO” DI CARL THEODOR DREYER

Anno di produzione: 1927
Con: Renée Falconetti

Negli anni venti in Europa così come in America, il cinema venne invaso da produzioni avanguardiste. Il danese Dreyer, che era ritenuto uno degli autori più algidi di quel periodo, un regista dal grande rigore formale/morale, nel 1927 decise di allontanarsi dalla Danimarca per girare “La passione di Giovanna D’Arco” in Francia. Un film sperimentale e innovativo.
La morte e la sua ineluttabilità, la solitudine umana, l’incomunicabilità, la trascendenza. Temi cari anche al grande Ingmar Bergman che venne influenzato da Dreyer, così come tra gli altri Marco Bellocchio, Paul Schrader e Lars Von Trier (il suo “Medea” è tratto da una sceneggiatura di Dreyer. Ad interpretare Medea doveva essere Maria Callas, che successivamente impersonó quel ruolo nel film di Pasolini).
“La passione di Giovanna D’Arco” è un vero e proprio saggio di regia cinematografica. L’uso dei primissimi piani, del montaggio alternato, delle didascalie drammatiche, di un linguaggio quindi che rende estremamente cinematografico il letterario materiale di partenza. Il film riprende infatti il processo alla D’Arco sulla base degli atti.
Giovanna D’Arco non è soltanto uno stupefacente esercizio di stile, ma è anche e soprattutto una riflessione filosofica sul tema dell’uomo che non può essere libero perché assoggettato dalle ideologie, dalla morale, dalla religione, dalla politica. Giovanna venne ingiustamente accusata di eresia, ma la donna durante il processo, nonostante i dubbi e la violenza fisica e verbale perpetrata su di lei dagli inquisitori, continuó a sfidare le istituzioni, rimanendo fedele ai suoi ideali, arrivando persino ad accettare la morte come conseguenza della verità e della giustezza delle sue gesta.
Attraverso i primi e i primissimi piani, Dreyer costruisce un’opera claustrofobica, quasi horror, che fa a brandelli tutte le tematiche, ritenute superflue, che facevano parte dei film storici. Qui conta solo il dato umano. Attraverso il volto della Falconetti, con i suoi occhi sgranati e l’espressività esasperata, entriamo dentro la sua psicologia. Dreyer riproduce un personaggio complesso, affascinante e tridimensionale, in grado di incarnare in maniera estrema il problema dell’esistenza umana: l’uomo che sfida i condizionamenti sociali. Giovanna è sola nella sua battaglia, la solitudine è l’unica condizione esistenziale a rendere liberi. Il regista parte da un personaggio e dal suo dramma individuale per fare un discorso collettivo e parlare di intolleranza, persecuzione e incomprensione.
“La passione di Giovanna D’Arco” è un vero e proprio film rivoluzionario, sia dal punto di vista tecnico che contenutistico. Alla sua uscita un critico francese scrisse: “L’ uso delle teste in primissimo piano ci opprime. Il pubblico alla fine della proiezione, si allontana in quel silenzio che avvolge le grandi catastrofi”. Negli anni venti c’era una sorta di ostracismo nei confronti del primo piano, ostracismo sfidato senza mezzi termini dal regista danese. Per lui il primo piano è la rappresentazione di un paesaggio interiore. Sul volto umano possono affiorare stati contraddittori, insicurezze, cambiamenti.
La distribuzione del film ebbe svariati problemi. In Francia subì dei ritardi a causa dei nazionalisti che ritenevano Dreyer indegno di trattare tale materiale storico non essendo lui nè cattolico nè francese. L’arcivescovo di Parigi fece censurare svariate parti del film, senza che Dreyer potesse imporsi. Nel 1928 il negativo originale andò perduto. Dreyer riuscì comunque a montare una nuova versione, anch’essa andò distrutta. Per circa quaranta anni fu quasi impossibile trovare copie della versione originale e della seconda versione. Nel 1933 venne nuovamente distribuito senza didascalie ma con un commento sonoro ad opera di un conduttore radiofonico. Ne esiste anche una versione del 1951 con svariate modifiche nelle didascalie e nell’accompagnamento musicale. Nel 1981 in un istituto psichiatrico ad Oslo vennero ritrovate in un armadio delle bobine con etichette che le riconducevano al film. Si scoprì che si trattava di una copia del negativo originale, quella che era andata persa. Questa versione venne restaurata e distribuita in home video.
Per interpretare la protagonista del film venne scelta Renée Falconetti, attrice principalmente di teatro. La donna accettò per contratto di farsi rasare a zero i capelli. Le riprese furono devastanti. La sua espressività riesce ad incarnare perfettamente quell’iconografia cristiana in cui il martire è già santo prima del sacrificio.
“La passione di Giovanna D’Arco”, ha molteplici punti in comune, dal punto di vista iconografico, con la passione di Cristo.

“È uno dei film chiave per comprendere la figura della donna nel cinema di Dreyer, ed è anche uno dei capolavori del muto, in equilibrio tra reportage e cinema sperimentale”
(Il Mereghetti)

Magistrale!

VOTO: 10

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *