“WEAPONS” DI ZACH CREGGER
Anno di produzione: 2024
Con: Julia Garner, Josh Brolin, Amy Madigan
“I bambini seguirono il pifferaio fuori dalla città, scomparendo in una grotta…solo un bambino, zoppo, rimase indietro e potè raccontare la storia…”
(“Il pifferaio magico”, leggenda tedesca)
Maybrook, Pennsylvania. Alle 2:17, diciassette bambini escono dalle loro abitazioni correndo e scomparendo nel nulla. Fanno tutti parte della classe della maestra Justine. Solo Alex non sparisce. La polizia apre un’indagine.
Cregger è ambizioso, conosce il cinema horror. Il suo film è la summa di moltissime pellicole dell’orrore, contemporane e non. In “Weapons” c’è il sottotesto politico caro a Jordan Peele, c’è l’ipertrofia registica e concettuale di “Nope”, sempre di Peele. C’è il costante lavoro per accumulo che ha caratterizzato “Hereditary” di Ari Aster, ma non sono solo i film attuali ad averlo ispirato. I cinefili troveranno rimandi a “Pic Nic ad Hanging Rock” di Peter Weir (ma attenzione, quello era un vero capolavoro dell’ambiguità e dell’inquietudine) e a “Shining” di Kubrick (le porte sfondate dai famigliari di Alex che vogliono ucciderlo). Cinema spudoratamente derivativo quindi, che verrà definito originale da molto pubblico giovane sprovvisto di cultura ma affamato di brividi. Folklore, stregoneria, mistero (neanche troppo dato che il didascalismo è imperante), “Weapons” lavora per accumulo: narrativo, concettuale, tecnico. La narrazione viene infatti decostruita costantemente, la stessa storia è raccontata dai punti di vista di sei personaggi diversi. Concettualmente abbondano i sottotesti politici (riscontrabile una certa critica a Trump), che si innestano in un tessuto paranormale che ad un certo punto prende il sopravvento, purtroppo. Tecnicamente il film è imponente, i campi totali abbondano, la città e le case di Maybrook appaiono costantemente minacciose anche quando sono invase dalla luce del sole, come in “Velluto blu” di Lynch.
Interessante il lavoro di scrittura dei personaggi. Questi ultimi hanno tutti caratteristiche negative, Cregger scardina la classica schematizzazione buoni/cattivi. Qui abbiamo una maestra alcolizzata che fa sesso senza sensi di colpa con un uomo sposato, un giovane tossico interessato solo alla droga e al denaro, un poliziotto che è quanto di più lontano ci sia dall’eroe made in USA, un padre di famiglia violento…Cregger descrive una comunità che è l’allegoria di parecchia attuale America. Una società fondata sulla superstizione, sul maschilismo, sul sospetto, sulle maldicenze, sul bisogno di controllo, sull’isolamento sociale che non impedisce al maligno di frantumare le sicurezze precostituite. La stregoneria viene utilizzata come la metafora della paura della malattia e della morte. Il personaggio di Glady, la zia di Alex (make up e style a dir poco ridicoli, recitazione esageratamente sopra le righe), è grottesco, comico, così come ridicola è la sequenza del suo massacro che ha connotati ironici che stonano col resto del film. Glady, attraverso una serie di incantesimi dalla ritualità poco inquietante, sfrutta le persone per i suoi scopi, alimenta l’odio sociale, è in grado di far compiere omicidi, di enfatizzare le debolezze umane, di rendere tutti peggiori. Come molta classe politica fa con il popolo. Le vittime sacrificali di tale orrore sono anche i bambini (come in “Favolacce” dei D’Innocenzo). “Weapons” non occulta nulla, mostra il mostrabile e l’immostrabile, non si ritrae davanti a nessun tipo di esagerazione, sia essa etica che estetica. Il regista ha dichiarato che uno dei suoi film preferiti è “La Casa” di Sam Raimi, e guardando la parte finale di “Weapons” si capisce benissimo.
Opera commerciale? Sino ad un certo punto.
Un elevated horror? Non del tutto.
Fa riflettere sull’attuale stato socio politico americano? Anche.
Ci si diverte? Abbastanza.
Quello che non rimane dopo la visione è quel malessere sudicio, epidermico e morale che numeroso altro cinema dell’orrore ci ha lasciato addosso.
VOTO: 6.5
