“MALDOROR” DI FABRICE DU WELZ
Anno: 2026
Con: Anthony Bajon, Sergi López, Béatrice Dalle, Alba Gaïa Bellugi
L’ultimo film di Du Welz prende ispirazione da un fatto di cronaca nera tra i più traumatici della storia recente del Belgio: il cosiddetto caso del “Mostro di Marcinelle”, legato alla figura del serial killer Marc Dutroux. Il film non si limita, però, a ricostruire in maniera cronachistica gli eventi reali, ma utilizza quella vicenda come punto di partenza per raccontare il clima di paura, indignazione e sfiducia nelle istituzioni che investì il Paese negli anni Novanta. Al centro della vicenda reale c’è Marc Dutroux, criminale belga arrestato nel 1996 dopo anni caratterizzati da rapimenti, violenze e abusi ai danni di giovani vittime. Le accuse nei suoi confronti comprendevano il sequestro e la detenzione di diverse ragazze, oltre a episodi di violenza sessuale e omicidio. La portata dei crimini commessi da Dutroux contribuì a trasformare il caso in uno degli scandali giudiziari più importanti della storia contemporanea del Belgio. A sconvolgere l’opinione pubblica non furono soltanto la brutalità dei delitti e la giovane età delle vittime, ma anche le numerose inefficienze investigative e le falle nel funzionamento degli apparati di sicurezza e della giustizia emerse nel corso delle indagini. Il caso mise infatti in discussione l’operato della polizia e della gendarmeria, facendo emergere errori, ritardi e gravi carenze nel coordinamento delle indagini. La percezione di un sistema incapace di proteggere adeguatamente le proprie vittime alimentò una profonda sfiducia nei confronti delle istituzioni. L’arresto di Dutroux, avvenuto nel 1996, rappresentò quindi un momento di svolta, ma non cancellò i dubbi e le polemiche legati alla gestione precedente del caso. Le proteste popolari e la cosiddetta Marcia Bianca, alla quale parteciparono migliaia di persone, testimoniarono la profondità dello shock collettivo e la crescente richiesta di verità, trasparenza e riforma delle istituzioni. È proprio questo sfondo di trauma collettivo, rabbia e perdita di fiducia a costituire uno degli elementi più interessanti di “Maldoror”. Fabrice du Welz sembra infatti essere interessato non soltanto alla figura del criminale, ma soprattutto alle conseguenze che un caso di tale portata può produrre sulla società e, in particolare, su coloro che sono chiamati a indagarlo. Attraverso la dimensione del thriller della frustrazione (come “Memorie di un assassino”, come “Zodiac”), il regista trasforma così la cronaca nera in una riflessione più ampia sul rapporto tra ossessione individuale e fallimento istituzionale, sulla ricerca della verità e sulle conseguenze psicologiche che un’indagine può avere su chi vi dedica completamente la propria vita. Il “mostro” non è soltanto il criminale al centro dell’indagine: intorno a lui emerge un sistema attraversato da errori, sospetti, silenzi e contraddizioni, nel quale la ricerca della verità diventa progressivamente un’ossessione. Il materiale scottante, moralmente e politicamente brutale portato sul grande schermo assume una forma cinematografica più classica rispetto ad altre opere del regista. La narrazione è lineare, lo svolgersi degli avvenimenti spesso prevedibile, alcune dilatazioni temporali risultano esasperate (la sequenza del matrimonio del protagonista è francamente troppo lunga), la rappresentazione degli italiani residenti in Belgio è macchiettistica. Interessante invece vedere come Du Welz, anche rielaborando in maniera abbastanza fedele fatti realmente accaduti, non rinunci a quella che sembra essere l’ossessione che serpeggia in quasi tutto il suo cinema: l’uomo messo davanti a qualcosa di più grande di lui. La natura in “Vinyan”, l’amore in “Alleluja” e in “Adorazione”, la follia e il Male in “Calvaire”. Potremmo definire “Maldoror” come un lungometraggio pervaso dal pessimismo cosmico. Il gendarme Paul, totalmente ossessionato dal caso del pedofilo Dutroux, si confronta con il sudiciume morale dell’umanità e la consapevolezza della sua impotenza lo annienta mentalmente. Paul è come un bambino, così viene raffigurato nella locandina ufficiale del film, è ostinato ma al tempo stesso è castrato a causa del volere dei grandi. In questo caso lui è l’infante che vuole ottenere ciò che desidera e cioè la giustizia, i grandi sono invece i criminali e coloro che rappresentano la legge, figure che lo ostacolano nel raggiungimento della verità. Invaso da una musica inquietante fatta di sintetizzatori potenti, “Maldoror” si immerge nel sudiciume umano ma non raggiunge le vette radicali di “Dostoevskij” dei fratelli D’Innocenzo, opera simile per tematiche a questa di Du Welz.
VOTO: 7
