ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“THE BRUTALIST” DI BRADY CORBET

Anno di produzione: 2024
Con: Adrien Brody, Guy Pearce, Stacy Martin

“…era la primavera della speranza, era l’inverno della disperazione, ogni futuro era di fronte a noi, e futuro non avevamo, diretti verso il paradiso, eravamo incamminati nella direzione opposta…”
(Charles Dickens, Una storia tra due città)

Forme di sottomissione

215 minuti con un intervallo di 15 a dividere la prima dalla seconda parte. Proiettato in 70 mm come i film degli anni ’60. La finta biografia dell’architetto brutalista Lázsló Tóth, ci trasporta negli Stati Uniti d’America post Seconda Guerra Mondiale e racconta la mostruosità del sogno americano, la difficoltà di rielaborare uno shock e di come l’ arte si faccia sfogo e sublimazione della vita.
Lázsló non ha soldi, arriva da solo a New York e si arrangia facendo piccoli lavori. È ospite di un amico che ben presto si rivelerà inaffidabile. Dopo un lavoro su commissione conoscerà un miliardario che gli ordinerà la realizzazione di una mastodontica opera architettonica brutalista. Lázsló potrà finalmente dare libero sfogo alla sua arte, ma entrerà anche in una profonda crisi esistenziale. Non ancora scevro dai traumi subiti a causa della deportazione e succube del potere economico dell’uomo che gli ha finanziato la realizzazione del palazzo, si ritroverà dipendente dall’oppio e con problemi con la moglie che nel frattempo lo ha raggiunto in America.
Un film di scontri morali, religiosi, economici, artistici, umani. La seconda riflessione di Corbet sul ‘900 ( la prima era “L’infanzia di un capo”, mente “Vox Lux” si espandeva sino agli anni duemila), porta in sè ancora una volta tutto il Male inarrestabile, imperturbabile, stoico e ineluttabile che fa parte dell’umanità.
Il maligno si annida nelle famiglie, qui quella di un ricchissimo costruttore (chiaro il riferimento alla famiglia Trump), che attua il suo potere economico e religioso sull’architetto. Solo apparentemente lo lascia libero di dare sfogo alla sua arte, in realtà Làzsló deve sottostare ai capricci del capo e realizzare un palazzo in cui sia imperante il simbolo cattolico per eccellenza: la croce, lui che è di religione ebraica. Scendere a compromessi. Quanto può essere puramente personale un’opera d’arte e quanto quest’ultima è influenzata, limitata e governata dal Capitalismo? Arte Vs Capitalismo. Non si è più artisti ma si fa gli artisti. L’idea di creare spinti da un moto interiore, o citando Antonin Artaud per fuggire dall’inferno (esattamente come sembrerebbe fare il protagonista del film), con l’entrata del capitalismo nell’arte non può più esistere. L’alienazione tipica della classe lavoratrice è riscontrabile anche negli artisti e il motivo lo spiega bene Karl Marx in “Teorie sul plusvalore”. Marx disse che il capitalismo avendo infettato ogni aspetto della vita, fa si che l’artista dovrà sottostare a regole economiche che attutiscono il suo primordiale istinto creativo. Il capitalismo essendosi allargato ad ogni aspetto della vita, sia essa sociale o economica, ripropone gli stessi meccanismi dell’operaio in fabbrica, per guadagnare dovrà produrre sottostando a ritmi di produzione sfrenati e alle richieste di chi finanzia. Questo fa decadere il vero concetto di artista, cioè colui che realizza creazioni originali scaturite da un impulso spontaneo e personale. La voglia di possedere e sottomettere passa anche attraverso il sesso. Nel film serpeggia una palpabile tensione omoerotica. La scena della sodomizzazzione tra il miliardario e Toth è l’estremizzazione del concetto di dominazione. Il protagonista ebreo e povero viene totalmente sottomesso al potere economico e sessuale del suo padrone. L’essere umano alla stregua di una merce da possedere, in ogni senso.
Brady Corbet è americano e quale cinema è più schiavo del capitale se non quello delle majors americane? E quindi il regista si trasforma nell’anarchico del cinema d’Oltralpe. Scrive e gira un film con pochi soldi, dalla durata spropositata, con un intervallo di 15 minuti, con musica assordante, privo di concessioni al commerciale, profondamente antiamericano, che descrive il fascismo culturale dell’America, non prodotto da uno Studios e che alterna una prima parte classicissima ad una seconda quasi da video arte (la sequenza girata in gondola tra i palazzi veneziani sembra “Atlantide” di Yuri Ancarani), creando così un oggetto alieno che se ne frega delle mode cinematografiche del momento. Corbet è ambizioso come il protagonista del suo film e come lui tende a creare opere monumentali (lo dimostrano anche i due precedenti lungometraggi).
Nonostante il pessimismo di fondo in “The Brutalist” l’arte ha una potenza tutta sua, metafisica e ancestrale e il finale del film lo dimostra chiaramente, forse in maniera un pò troppo didascalica.

VOTO: 8

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