ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“SIRĀT” DI OLIVER LAXE

Anno: 2026
Con: Sergi López

Un gruppo di europei si insedia in una remota zona del deserto marocchino per dare vita a un rave. Luis e suo figlio arrivano nello stesso luogo alla ricerca di Mar, figlia e sorella scomparsa durante un rave alcuni mesi prima. La musica assordante, le casse che pompano beat incessanti, i bassi che scuotono il cervello e lo stomaco. E poi la disperazione di un padre, la solidarietà dei raver, la droga, una natura ostile, la guerra e l’apocalisse. Sono queste le coordinate di “Sirāt”, il film di Oliver Laxe che trasforma un viaggio nel deserto in una discesa agli inferi, dove il paesaggio diventa una forza ancestrale capace di sprigionare dolore fisico e morale, morte e dissoluzione dell’umanità.
“Sirāt” è un film profondamente pessimista, un road movie in cui la ricerca di una persona scomparsa si trasforma progressivamente in un’esperienza estrema, sospesa tra sopravvivenza e annientamento. Laxe utilizza la cultura rave nella sua dimensione più autentica per raccontare il fallimento di un’utopia fondata sulla pace, sulla libertà e sulla solidarietà. Un microcosmo che aspira a sottrarsi alle regole del mondo esterno, ma che finisce per soccombere alla violenza di una realtà impossibile da eludere. I rave nascono spesso in luoghi isolati, lontani dai centri del potere, e rispondono al desiderio di creare spazi alternativi alle logiche economiche, politiche e sociali che regolano la quotidianità. La loro natura illegale non rappresenta soltanto una trasgressione, ma anche il tentativo di sospendere le convenzioni e le gerarchie del mondo ordinario. La gratuità dell’esperienza si contrappone alla mercificazione del divertimento, mentre l’incontro con l’altro può diventare occasione di condivisione e solidarietà. In “Sirāt”, Luis viene accolto e aiutato proprio da quei raver che, almeno in apparenza, incarnano un modello di convivenza fondato sull’empatia e sulla disponibilità verso gli sconosciuti. La ritualità della musica e della danza genera una dimensione collettiva in cui i corpi sembrano liberarsi dalle convenzioni sociali e le identità individuali dissolversi in un’esperienza comune. Per qualche istante, il rave sembra realizzare la possibilità di un mondo diverso, nel quale le differenze perdono importanza e l’appartenenza si costruisce attraverso la condivisione. Ma questa fragile utopia si infrange contro l’irruzione della Storia: le retate dell’esercito, i campi minati e la guerra riportano brutalmente i protagonisti entro i confini di una realtà dominata dalla violenza. L’ordine che i raver tentano di sovvertire si rivela più potente di qualsiasi tentativo di sottrazione. La loro comunità, nata per sospendere le regole del mondo, non può proteggerli dalle sue catastrofi. È qui che il film abbandona progressivamente ogni illusione di salvezza collettiva. Il deserto marocchino non è un semplice sfondo, ma una presenza ostile e indifferente, un territorio primordiale nel quale l’essere umano perde ogni certezza e misura la propria fragilità. La natura non offre riparo né consolazione: impone le proprie leggi, espone i corpi al pericolo e rende la sopravvivenza una questione di resistenza fisica e morale. Il viaggio diventa così una prova iniziatica che, anziché condurre a una rivelazione rassicurante, sembra avvicinare i protagonisti al vuoto.
Eppure, nel pessimismo claustrofobico di “Sirāt”, Laxe lascia intravedere uno spiraglio interpretativo attraverso il riferimento alla spiritualità sufi. Il titolo stesso rimanda al Sirāt, il ponte sottilissimo che, secondo la tradizione escatologica islamica, le anime devono attraversare dopo la morte per raggiungere il paradiso, sospeso sopra l’inferno. Un passaggio estremo, nel quale ogni passo può determinare la salvezza o la caduta.
Il percorso di Luis assume allora il valore di una prova spirituale. Il suo avanzare attraverso un campo minato, senza essere travolto dall’esplosione che colpisce altri, può essere letto come un’immagine di attraversamento e di resistenza, una ricerca di senso nel cuore dell’annientamento. In questa prospettiva, il deserto diventa il luogo di una possibile trasformazione interiore, mentre il cammino del protagonista richiama, sul piano simbolico, l’itinerario di chi cerca di superare la propria condizione terrena per avvicinarsi a una dimensione trascendente. Anche la danza dei raver può essere accostata, con le dovute distinzioni, alla dimensione rituale della spiritualità sufi. La ripetizione del movimento, il ritmo ipnotico della musica e l’abbandono del controllo individuale evocano la ricerca di una comunione che trascenda l’io. La danza rotante dei dervisci, in particolare, esprime simbolicamente la tensione verso l’unione con il divino. Nel film, tuttavia, questa aspirazione rimane ambigua: la liberazione del corpo non coincide necessariamente con una liberazione spirituale, così come l’estasi collettiva non garantisce la salvezza. Il confronto con “Climax” di Gaspar Noé diventa, a questo punto, particolarmente significativo. In entrambi i film la danza richiama i rituali dionisiaci, nei quali l’abbandono delle convenzioni e la perdita dei confini individuali possono aprire a un’esperienza di trasformazione. Ma l’estasi, anziché produrre una purificazione, si rovescia in delirio e brutalità. Tanto il rave di Laxe quanto la festa di Noé mostrano il lato oscuro della liberazione: quando vengono meno le strutture che regolano la convivenza, l’ebbrezza collettiva può degenerare in una spirale di violenza. La promessa di emancipazione si rivela così fragile, incapace di sottrarre l’essere umano ai propri impulsi distruttivi. Laxe non rinuncia a momenti di drammaticità estrema, in cui la sofferenza rischia di assumere i contorni di un ricatto emotivo. Eppure, al di là di alcune scelte narrative che possono apparire forzate, “Sirāt” trova la propria forza nell’originalità con cui restituisce le inquietudini del presente. La guerra, la precarietà delle utopie comunitarie, il bisogno di appartenenza e l’impotenza dell’individuo di fronte a forze più grandi di lui confluiscono in un racconto che assume progressivamente i tratti di una visione apocalittica. Il deserto diventa così la rappresentazione di un mondo che ha smarrito ogni direzione, mentre il viaggio si trasforma in una prova senza garanzie di redenzione. Se il Sirāt è il ponte che conduce alla salvezza, attraversarlo significa accettare la possibilità della caduta. E forse è proprio in questa incertezza che il film trova il suo significato più profondo: non nella promessa di un approdo, ma nella consapevolezza che nessuna utopia, per quanto autentica, può dirsi al riparo dalla violenza della Storia. Né la musica, né la solidarietà, né l’abbandono estatico del corpo sembrano sufficienti a fermare il precipitare del mondo.

VOTO: 7.5

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