ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“SE SOLO POTESSI TI PRENDEREI A CALCI” DI MARY BRONSTEIN

Anno: 2026
Con: Rose Byrne, ASAP Rocky, Christian Slater

Le donne pagano cose che altri non pagano. Devono essere mogli accudenti, madri pazienti, amanti focose e lavoratrici instancabili.
Il corpo dopo la maternita è un campo di battaglia, cosi come la psiche, ma quando tutto crolla lei deve essere lì, pronta a sostenere tutto l’insostenibile.
La maternità negata, autonegata, violenta, depressoide e raramente felice, è al centro di molto cinema moderno (“April”, “Die my love”, “Tully”, “Saint Omer”, “La figlia oscura”, “Witches”…), cosa deve fare allora l’ennesimo film sul tema? Trovare una forma etica, estetica e metaforica originale. “Se solo potessi ti prenderei a calci” ci riesce.
Linda fa la psicoterapeuta, il marito è sempre in viaggio per lavoro, la loro unica figlia è affetta da una malattia rara. Un giorno un enorme buco sul soffitto della loro abitazione, costringerà madre e figlia a trasferirsi in un motel. Linda si ritroverà ad occuparsi da sola della bambina particolarmente assillante, dei pazienti, del buco sul soffitto e di tanto altro orrore quotidiano.
I primissimi piani asfissianti della protagonista soffocano lo spettatore, la figlia è tenuta sempre fuori campo, udiamo solo le sue richieste costanti, i suoi capricci, le sue lamentele. Il buco sul soffitto è la metafora di una ferita interiore, di uno squarcio depressoide, di un misterioso spazio nero nel quale sprofonda Linda.
La vita la sta annientando, la routine diventa un’odissea malata, la solitudine è alienazione, tutto è difficile, dall’ascoltare i pazienti al trovare parcheggio, dall’accompagnare la figlia a scuola sino all’occuparsi dei lavori di ristrutturazione dell’appartamento.
La regista ha un approccio alla materia messa in scena simile a quello di John Cassavetes. Anche per lei, come per il grande regista americano, quello che vediamo sullo schermo è un’esperienza sensibile. È il racconto di un periodo di vita di una donna dove intorno a lei c’è solo un fastidioso rumore. La sua esistenza è una polifonia di emozioni negative (come in “Una moglie” di Cassavetes). Al realismo della narrazione vengono aggiunte delle metafore e lo sguardo sulla maternità e sul ruolo della donna nell’attuale società sfiora l’orrorifico.
L’essere madre per la Bronstein ha un significato allegorico che va oltre la semplice funzione riproduttiva ed ha invece significati sociali e culturali. “Se solo potessi ti prenderei a calci” non vede nell’evento della maternità un segno di fertilità, di rinascita e di fiducia nel futuro, ma rappresenta la fatica femminile e l’assenza maschile in una società che non permette alla donna nè tregua nè pause.
Il finale non è consolatorio: finalmente vediamo inquadrata la figlia di Linda e la sentiamo chiamare in maniera ossessiva la madre. Nulla è cambiato, nulla cambierà per molto tempo ancora.

VOTO: 8

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