ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“QUEER” DI LUCA GUADAGNINO

Anno di produzione: 2024
Con: Daniel Craig, Drew Starkey

La mia droga si chiama Eugene

William Burroghs è tra gli autori letterari più difficili da trasportare al cinema. Realizzare un film tratto da una sua opera può essere un’impresa suicidaria. In passato ci è riuscito un genio come David Cronenberg con “Il pasto nudo”, oggi Luca Guadagnino.
“William Burroughs vuole limare la parola fino al cristallino, fare a pezzi l’iride. Non lo fa, però, nel verso della ‘purezza’ – Ungaretti/Celan/Char, per dire – ma dell’esasperazione” scrive Alessandro Gnocchi in un saggio sullo scrittore, se in più si pensa che i suoi testi erano il frutto di visioni scaturite dall’uso massiccio di alcool e droghe e che famigerata era la sua tecnica di scrittura chiamata cut-up, diventa sempre più complesso pensare che tutto questo possa essere portato sul grande schermo.
Guadagnino è riuscito a rendere personale “Queer”, il romanzo di partenza, e allo stesso tempo a ricreare gli umori di Burroghs.
Il Messico degli anni ’50, il caldo, il sudore, le camicie di lino appiccicate al corpo del protagonista, le squallide stanze dei motel, il sesso occasionale, i corpi attraenti ma contenitori di Eros e Thanatos, l’irrazionale e l’allucinogeno che distruggono la razionalità…in questo quadro generale, perfettamente nelle corde di Burroghs, Guadagnino innesta ancora una volta una delle sue ossessioni: l’amore. C’è stato quello in grado di essere forza dirompente che terremotava le convenzioni borghesi di “Io sono l’amore”, quello travolgente e rock di “A Bigger Splash”, quello della scoperta di sè tramite il sentimento amoroso di “Chiamami col tuo nome”, quello eterno di “Suspiria” e ora quello ossessivo e capace di frantumare l’ IO di “Queer”. Un amore totalizzante tra realtà e allucinazione, dove il protagonista vede il suo amato come la proiezione dei suoi desideri, in un’epoca in cui l’omosessualità era ancora un tabù. L’amore che infrange le regole sociali prestabilite, che si fa gioco crudele. La passione travolgente contro l’ambigua freddezza di un giovane che non ha ancora accettato i suoi gusti sessuali o che semplicemente non è innamorato. L’amore non corrisposto in “Queer” si trasforma in ossessione e dipendenza affettiva. Lee, il protagonista, è letteralmente accecato da Eugene, immagina di toccarlo al cinema durante la visione di “L’Orfeo” di Cocteau e lo trascina in un pericoloso viaggio nella giungla dell’Ecuador alla ricerca dello Yagè, una droga che sviluppa doti telepatiche. I due uomini hanno rapporti sessuali e sotto gli effetti della misteriosa sostanza si uniscono in una danza erotica che mozza il fiato. Nonostante questo Eugene si allontanerà da Lee. Galimberti afferma che l’amore è uno stato ove per il tempo in cui siamo innamorati, non affermiamo la nostra identità ma la riceviamo dal riconoscimento dell’altro. L’amore non corrisposto di Eugene porterà alla frantumazione dell’IO di Lee. Quest’ultimo si sente scomposto, è come se uscisse dal suo corpo, è disconnesso dalla propria realtà e dalla propria identità. È sotto l’effetto dell’eroina e dell’alcool ma anche vittima di una droga chiamata amore. Il desiderio consuma, diviene alienante. La regia di Guadagnino nella seconda parte del film aderisce perfettamente allo stato psichico del protagonista. Si fa onirica tra cuori che fuoriescono dal petto, i corpi dei protagonisti che diventano un tutt’uno, serpenti che piangono…
Un’opera tecnicamente ineccepibile sulla concretezza e sull’immateriale che convivono nel sentimento amoroso, su di un viaggio nelle viscere della psiche di un uomo, sul pensiero magico, sul desiderio di controllo e al tempo stesso sulla perdita di esso.
Corpi nudi, sudore, lacrime, sperma, è sempre sensuale il cinema di Guadagnino, è erotico nella sua prepotente forza pittorica.
Come un Pressburger contaminato da Lynch.

“Lee e Allerton andarono a vedere l’Orphée di Cocteau. Nel teatro buio Lee sentiva il proprio corpo tendere verso Allerton come una proiezione protoplasmatica ameboide che si sforzava, con cieca fame da verme, di entrare nel corpo dell’altro, di respirare con i suoi polmoni, di vedere con i suoi occhi, di imparare a sentire con le sue viscere e i suoi genitali”
(William Burroghs, “Queer”)

VOTO: 8.5

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