ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“LA GIOIA” DI NICOLANGELO GELORMINI

Anno: 2026
Con: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella

Gelormini sembra avere un’ossessione precisa: la cronaca nera italiana come materia da deformare, trasfigurare, portare altrove. Se in “Fortuna” la vicenda della bambina abusata e assassinata a Caivano diventava il punto di partenza per un film sospeso tra cronaca e fantascienza, ne “La gioia” il caso di Gloria Rosboch viene trasformato in una storia d’amore che, quasi impercettibilmente, precipita nel noir e nell’horror. È una strada che lo avvicina al Matteo Garrone de “L’imbalsamatore”, “Primo amore” e “Dogman” A Gelormini non interessa ricostruire il fatto reale, né indulgere nel suo potenziale scandalistico. La cronaca diventa piuttosto una materia narrativa attraverso cui indagare le deformazioni del desiderio, l’ossessione, la solitudine, l’alienazione. Il dato reale viene progressivamente inghiottito dalla fiaba, fino a diventare qualcosa di diverso. A proposito di Dogman, Raffaele Meale scrive su Quinlan: “un film sul desiderio di un rapporto umano impossibile, sullo squilibrio tra lettura della realtà e realtà stessa, sul conflitto interiore con le proprie pulsioni naturali”. È una definizione che sembra aderire perfettamente anche a “La gioia”. Gioia ha cinquant’anni e vive dentro una vita immobile, quasi rituale: il lavoro, la casa borghese impolverata, i genitori, le partite della Juventus, i mocassini, lo zainetto, gli occhiali spessi. Tutto in lei sembra appartenere a un ordine rassicurante e soffocante insieme. Poi arriva Alessio e quell’ordine va in frantumi. Il ragazzo non le offre semplicemente un amore: le rivela l’esistenza del desiderio. Il sesso, il viaggio, la possibilità di amare e soprattutto quella di essere amata irrompono nella vita di Gioia con la violenza di qualcosa che è stato represso per troppo tempo. Alessio sembra liberarla dal conflitto con le proprie pulsioni naturali, ma quella liberazione contiene già il germe della tragedia. La realtà che le viene mostrata non è infatti quella che Gioia crede di vedere: è una realtà costruita, manipolata, piegata agli interessi e al bisogno di denaro del ragazzo. Alessio è allora contemporaneamente carnefice e vittima. È il carnefice di Gioia, ma è anche il prodotto di un ambiente familiare deformato: una madre superficiale e un uomo che è insieme amante, patrigno e pappone, figura quasi demoniaca, dominata da una cattiveria senza redenzione. Nessuno è davvero innocente e nessuno sembra possedere gli strumenti per sottrarsi alla propria condizione. Gelormini costruisce così una fiaba nera, una fiaba che conserva persino momenti comici. Ma è proprio l’irruzione del comico nel dramma a produrre un effetto perturbante: si ride quando non si dovrebbe ridere, e quella risata rende ancora più inquietante ciò che sta accadendo. Gioia è Cappuccetto Rosso; Alessio e il suo amante sono il lupo cattivo; la madre del ragazzo assume i tratti di una strega. Solo che qui la foresta non è un luogo fantastico: è la realtà quotidiana, e il lupo può presentarsi con il volto dell’amore. Rispetto a “Fortuna”, “La gioia” è un film meno sperimentale e meno astratto, ma altrettanto attento alla costruzione dello spazio. Gelormini lavora sui luoghi come se fossero prolungamenti psicologici dei personaggi: la cameretta di Gioia è claustrofobica, quasi una prigione, mentre gli spazi troppo grandi producono un effetto opposto, di dispersione e smarrimento. Sono luoghi che reprimono o disorientano, mai semplicemente neutrali.
C’è qualcosa di hanekiano nello sguardo del regista: la macchina da presa osserva, indugia, scruta i personaggi senza concedere loro facili vie di fuga. Anche il rapporto tra Gioia e la madre richiama quello tra Isabelle Huppert e Annie Girardot ne “La pianista”. Ma Gelormini non rinuncia a una maggiore mobilità della macchina, utilizzando movimenti articolati che rendono la messa in scena più inquieta e fisicamente partecipe. Al centro di tutto c’è Valeria Golino, straordinaria nel trasformare Gioia in una creatura fragile e insieme luminosa, tenera, innocente, quasi infantile. Il corpo, la voce e lo sguardo dell’attrice restituiscono la tragicità di una donna che scopre troppo tardi di aver desiderato una vita diversa. Accanto a lei, un cast efficace, dominato da un Francesco Colella mefistofelico, presenza che sembra appartenere più alla dimensione dell’incubo che a quella del realismo. La gioia non crede all’amore come forza salvifica. Al contrario, l’amore può essere il dispositivo attraverso cui manipolare l’altro. I rapporti umani sono attraversati dal bisogno, dall’inganno e dalla solitudine; la famiglia, anziché rappresentare un rifugio, diventa il luogo originario del dolore. Padri assenti, madri invadenti, figli deformati dall’ambiente in cui sono cresciuti. La cronaca, ancora una volta, è soltanto il punto di partenza. Il regista la utilizza per raccontare qualcosa di più oscuro: il momento in cui il desiderio di essere felici ci rende vulnerabili a chi ha capito come manipolarlo. Una fiaba nera, disturbante e malinconica.
Dark.

VOTO: 7.5

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