“LA GIOIA” DI NICOLANGELO GELORMINI
Anno: 2026
Con: Valeria Golino, Saul Nanni, Jasmine Trinca, Francesco Colella
Gelormini ama la cronaca nera italiana. Il suo primo film, “Fortuna”, raccontava in maniera personale la vicenda della bambina abusata e assassinata a Caivano. “La gioia” si occupa invece del fattaccio Gloria Rosboch, insegnante cinquantenne strangolata da un suo alunno. Se “Fortuna” univa in maniera spiazzante cronaca e fantascienza, “La gioia” è una storia d’amore che piomba in territori noir e horror. Il regista non si discosta troppo dal lavoro fatto da Matteo Garrone nella sua ideale trilogia della cronaca nera (“L’Imbalsamatore”, “Primo amore”, “Dogman”), come lì rielabora i fatti reali trasfigurandoli in narrazioni fiabesche, dove la psicologia dei personaggi conta di più del sensazionalismo o dell’approccio documentaristico agli accadimenti. La cronaca viene utilizzata per esplorare le storture umane, ci si focalizza sull’ossessione e l’alienazione. Scrive Raffaele Meale su “Quinlan” a proposito di “Dogman”: “…un film sul desiderio di un rapporto umano impossibile, sullo squilibrio tra lettura della realtà e realtà stessa, sul conflitto interiore con le proprie pulsioni naturali”, tali parole sono perfettamente applicabili al film di Gelormini.
Gioia vive da cinquant’anni nella sua comfort zone (il lavoro, la polverosa casa borghese, i genitori, le partire della Juventus, i mocassini, lo zainetto, gli occhialoni da vista), essa viene fatta a pezzi da Alessio che fa esplodere le pulsioni naturali della donna. Il desiderio di fare sesso, viaggiare, amare, essere amata, prende il sopravvento. Il ragazzo azzera quindi il conflitto con le pulsioni naturali di Gioia. Al tempo stesso le mostra una realtà che è il frutto dei suoi desideri manipolatori e del suo bisogno di denaro. Alessio è carnefice e vittima, è il carnefice di Gioia ma è la vittima di una madre superficiale e di un uomo/amante/patrigno/pappone dall’ineluttabile cattiveria.
Una fiaba/incubo non scevra da momenti comici, che proprio nel loro essere stonati rendono il tutto ancora più inquietante, dove Gioia è una specie di Cappuccetto Rosso, Alessio e l’amante rappresentano il lupo cattivo e la mamma del ragazzo una strega.
Meno sperimentale e astratto rispetto a “Fortuna”, ma sempre preciso nella descrizione di personaggi alla deriva e nell’utilizzo degli spazi scenici, claustrofobici (la cameretta di Gioia) o troppo ampi, luoghi che reprimono o attuano processi dispersivi. Lo sguardo di Gelormini è vicino a quello di Haneke nell’essere scrutante ed implacabile e il rapporto tra Gioia e la madre ricorda quello tra Isabelle Huppert e Annie Girardot in “La pianista”, ma a differenza di Haneke, il regista italiano utilizza anche movimenti di macchina articolati.
Grandiosa l’interpretazione di Valeria Golino, corpo, anima e voce di un personaggio tenero, innocente, a suo modo gioioso. Ottimo il resto del cast, sul quale troneggia un mefistofelico Francesco Colella.
L’amore non è una forza salvifica, i rapporti umani sono governati dalla manipolazione, i legami famigliari sono oscuri e dolorosi, fondati su padri assenti e madri invadenti.
Dark.
VOTO: 7
