“KEEPER” DI OZ PERKINS
Anno: 2026
Con: Tatiana Maslany, Rossif Sutherland
SIAMO LE BELLE CREATURE CHE VIVONO IN QUESTA CASA
“Keeper” fa parte degli horror post MeToo. Come, tra gli altri, “Barbarian” di Zach Cregger e il bellissimo “Men” di Alex Garland. Anche l’ultima opera di Perkins, rende la violenza maschile ai danni delle donne materiale cinematografico orrorifico.
Liz e Malcom sono una giovane coppia non particolarmente consolidata. I due decidono di trasferirsi in un isolato chalet in montagna. Avranno solo una visita da parte del cugino di Malcom e della sua compagna, personaggi ambigui e poco rassicuranti. Liz in breve tempo rimarrà sola nella casa; il compagno sarà infatti costretto a lasciare l’abitazione per lavoro. Da quel momento la discesa negli inferi della donna sarà implacabile.
Perkins gioca con l’irrazionale: Liz non è in preda a strane visioni perchè ha appena vissuto un trauma (come la protagonista di “Men”), e non ha disturbi psichici come la Susannah York di “Images” di Robert Altman. Quello che le accade-fa strani sogni in cui mangia una torta farcita di interiora umane, una donna spaventosa le appare improvvisamente, un cuore viene disegnato non si sa da chi sul vetro di una finestra-sembrano essere tutte manifestazioni inspiegabili, riconducibili a fenomeni paranormali, di extrasensoriale si tratta, ma l’origine di tale violenza soprannaturale risiede nel patriarcato, che nei secoli ha spaventato, assoggettato, limitato, distrutto e ucciso le donne (ce lo preannuncia in maniera magistrale e misteriosa l’incipit del film).
Perkins usa il cinema a tema case infestate per addentrarsi in territori sociologici. Inizialmente potrebbe sembrare un home invasion, ma gli archetipi del genere si fanno affresco della figura femminile manipolata dal maschio (Liz non ha parole carine per la fidanzata del cugino del compagno e la giudica solo in base alla sua estetica e all’apparente stupidità. Ha introiettato la misoginia maschile).
Perkins realizza quindi un horror che spaventa senza utlizzare jumpscare, piuttosto gioca col perturbante, disattende le attese e attutisce i classici meccanismi che fanno scaturire la paura. Usa il sonoro e le inquadrature in maniera inquietante. Quando la protagonista viene ripresa frontalmente non è mai al centro del quadro totale, c’è sempre troppo spazio sopra la sua testa o di lato, oppure viene ripresa in campo lungo, così da insinuare nello spettatore il terrore che possa apparire qualcuno. Ma i momenti spaventosi sono imprevedibili, non scaturiscono dalle classiche dinamiche degli horror. “Keeper” irradia suspense, nella prima parte non guida lo spettatore verso accadimenti razionali, mischia le carte in tavola, crea caos, è un’esperienza soprattutto percettiva. Ad un certo punto decide di cedere allo spiegone, la confusione tra realtà, immaginazione, sogno e visione decade, ma si resta comunque sorpresi dal motivo per cui Liz sta vivendo quell’orrore.
Perkins continua a fare cinema squilibrato. Ottimo dal punto di vista tecnico ma zoppicante sul versante della scrittura. Il regista cerca stoicamente di collocare le sue opere in una zona grigia nella quale coabitano, a tratti stridendo, sia l’elevated horror che quello mainstream.
VOTO: 6.5
