ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“IL TRADITORE” DI MARCO BELLOCCHIO

Anno: 2019
Con: Pier Francesco Favino, Luigi Lo Cascio

“Noi, in Cosa Nostra, avevamo un medico che era proprietario di due cliniche ben avviate. Ma avevamo anche il ragazzo che vendeva i fiori nelle latte di conserva di pomodoro, agli angoli delle strade e vicino ai cimiteri. E avevamo i fornai, i direttori di banca, ma anche i ragazzi alle pompe di benzina, gli “gnurri”, i cocchieri, e i garzoni di macelleria, che ci segnalavano tutto ciò che accadeva sul territorio. La mafia che io ho conosciuto non tornerà più. Non farà più parte di Cosa Nostra l’uomo che vendeva i fiori e si vedeva riconosciuto lo stesso rispetto che aveva il dottore. Di Cosa Nostra faranno parte uomini con grandi uffici e centinaia di impiegati. Sotto sotto, anche loro agiranno come Cosa Nostra. Saranno molto rispettati e riveriti. E salterà per sempre il giuramento, l’iniziazione, almeno come io l’ho conosciuta. La nuova mafia sarà composta da persone molto più intelligenti di quanto lo eravamo noi, sicuramente dotate di un altro spirito. Capaci di adottare nuovi accorgimenti. Il vecchio modo di riconoscerci sarà superato. Ma ne sarà inventato un altro” (Tommaso Buscetta).

“Il traditore” flirta con tutto il cinema di Bellocchio.
Costellato da improvvisi squarci onirici e da momenti estranianti il film è puro Bellocchio, sino a quando il regista di Bobbio non decide di farlo sprofondare in lunghe e didascaliche sequenze ambientate nei tribunali.
Bellocchio rimaneggia solo in parte la storia vera che ha tra le mani, non ha il mordente iconoclasta dimostrato da Paolo Sorrentino in “Il divo” e in “Loro”, vuole accontentare tutti: se stesso e gli ammiratori infarcendo il film con le sue meravigliose e consuete ossessioni ma desidera anche essere elementare nella rappresentazione dei fatti immergendo la sua macchina da presa dentro i palazzi di giustizia, facendosi così televisivo e a metà strada tra una fiction e un film di Giuseppe Ferrara.
“Il traditore” risulta pedante, didascalico e asfittico quando mostra quello che tutti sappiamo (quella di Buscetta è una storia relativamente attuale), ma vola altissimo nel momento in cui un senso di morte implacabile pervade tutta la pellicola.
Buscetta è una creatura combattuta tra la voglia sfrenata di divorare la vita e il terrore della morte costantemente presente nella sua esistenza.
Tutto il film è prepotentemente percorso da una cappa funerea ed è schiacciato da un’aura grigiastra che mozza il fiato.
Come già accaduto in “Vincere” Marco Bellocchio descrive una figura maschile che ha segnato in modo indelebile la storia italiana e che con il suo agire si fa la metafora di un paese pieno di contraddizioni ed ipocrisie, dove il bene ed il male (lo Stato e la mafia) si muovono ed agiscono compenetrandosi in un’ agghiacciante danza di morte e sangue.
Marco Bellocchio torna ad occuparsi del potere e della violenza che sboccia come un fiore del male all’interno del nucleo famigliare per poi espandersi fino a scontrarsi con le istituzioni, di solito descritte dall’autore in maniera negativa, qui invece tramite Giovanni Falcone vengono rappresentate come realmente vogliose di mettere in atto un processo di giustizia.
Cambio di rotta che si attiene ai fatti realmente accaduti ma che fa perdere al regista la sua classica dirompente voglia di fare a pezzi le istituzioni.
“Il traditore” è comunque un film necessario, che va visto soprattutto dalle nuove generazioni, capace com’è di essere anche appassionante ed in grado di descrivere senza mezzi termini almeno trent’ anni di un’ Italia dominata dalla mafia, dalla corruzione e da una politica inquinata.
Un film che andrebbe proiettato nelle scuole di tutta la penisola, probabilmente meno interessante per un Festival del cinema (è stato presentato a Cannes 2019 dove è rimasto a digiuno di premi).
Sarebbe bello poter vedere ai festival internazionali anche film italiani che vanno un pò oltre le consuete storie di mafia e delinquenza.
Straordinario tutto il cast tecnico ed artistico.

VOTO: 7

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