ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“COPENHAGEN COWBOY” DI NWR

Serie tv creata da Nicolas Winding Refn
Anno di produzione: 2022
Con: Angela Bundalovic, Lola Winding Refn, Andreas Lykke Jorgensen

ADDIO MASCHIO!

Miu è una ragazza misteriosa dal fisico androgino, indossa sempre una tuta blu, ha i capelli corti e uno sguardo glaciale. Il suo ingresso in una famiglia albanese le farà conoscere il brutale mondo della malavita. Da quel momento l’esistenza della giovane si complicherà ulteriormente tra donne in procinto di partorire, ricche famiglie che commercializzano maiali, guerre tra gang, superstizioni e poteri soprannaturali.

“Copenhagen Cowboy mi sembra un titolo molto erotico e al tempo stesso con una neutralità di genere che infonde una ulteriore sfumatura sessuale che mi intriga molto e che fa parte anche della creatività contemporanea, nella quale tutto è permesso perchè è la fusione di tante cose. Quando ho iniziato a buttare giù idee per la serie pensavo che far succedere qualcosa di inaspettato all’improvviso fosse in qualche modo disonesto. Poi ho capito che non è così, non ci sono regole, tutto fa parte di un nuovo concetto dell’atto creativo. E va benissimo così”
(Nicolas Winding Refn)

Se nella sua precedente miniserie Refn immergeva lo spettatore in una società americana popolata da pedofili, stupratori, famiglie incestuose, droghe, armi da fuoco, fanatismi religiosi, perversioni sessuali assortite e predizioni apocalittiche, in “Copenhagen Cowboy” sposta la sua attenzione sull’Europa, non meno marcia degli Stati Uniti.
Ancora una volta, tramite il personaggio di Miu, il regista danese ci racconta l’impossibilità di attuare il bene senza fare il male e di quanto la violenza sia una forza ancestrale, metafisica e ineluttabile.
“Copenhagen Cowboy” è una specie di puzzle di situazioni apparentemente scollegate tra di loro ma che episodio dopo episodio trovano una loro compiutezza.
La potenza delle immagini prende il posto di quella dei dialoghi.
La poetica di Refn serpeggia silente ma implacabile tra le brutture della natura umana e in partcolar modo di quelle maschili per evidenziarne l’indicibile, la piccolezza, l’antropos più atavico. Miu è lì, pronta ad annientare il maschio accentratore, fallocentrico, psicotico, cerebroleso, violento; gode nell’attuare il male per innalzarsi al bene.
Musica elettronica invadente, interminabili piani sequenza, lente carrellate circolari, luci al neon, abiti ultra fashion…guardare “Copenhagen Cowboy” significa guardare un’opera d’arte concettuale dove sotto l’abbagliante suferficie delle immagini ribollono il complesso di Edipo, l’ancestrale paura della castrazione sessuale, le pulsioni incestuose: “ogni uomo vuole tornare dentro l’utero materno” ha dichiarato Refn.
La protagonista della serie è una creatura metropolitana, una neon witch, un’eroina affamata di vendetta, di quel comportamento umano quindi che non passerà mai di moda.
Dario Argento parlando di “The Neon Demon” disse: “è un film costruito praticamente da una serie di inquadrature ieratiche con dei colori fortissimi, accesi”, tale affermazione è perfettamente accostabile al nuovo lavoro del regista danese, tutto è immagine, ma essa non è fine a se stessa. Tramite l’atto della visione di figure fulgide possiamo comprendere la nostra attuale società.
Il caos regna, il male è ovunque, il divino è assente, l’illegalità governa il mondo, i maschi sono maiali, il futuro è donna.
“Copenhagen Cowboy” è la versione Netflix e più commerciale del precedente “Too Old To Die Young”, ma rimane comunque la conferma di una nota frase di Refn: “l’arte è un atto di violenza”.

VOTO: 8

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