ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“ADELE H. -UNA STORIA D’AMORE-” DI FRANCOIS TRUFFAUT

Anno di prpduzione: 1975
Con: Isabelle Adjani, Bruce Robinson

Tra i maggiori esponenti della Nouvelle Vague c’è indubbiamente Francois Truffaut. Il futuro regista ebbe un’infanzia e un’adolescenza difficili. Dopo una serie di film in cui il dato biografico era predominante, quest’ultimo rimane comunque presente anche in quelle opere che sembrano lontane dalla sua vita.”Adele H.” è una di queste. Truffaut si identifica totalmente nella protagonista.
Adele, la secondogenita del grande scrittore Victor Hugo, a metà dell’Ottocento si innamora non ricambiata di un ufficiale inglese. L’implacabile rifiuto amoroso la condurrà alla pazzia.
Truffaut non girava film da due anni quando cominciò a leggere la biografia della figlia di Hugo scritta da Frances Vernor-Guille che si basò sui diari di Adele scritti in un codice inventato. Il regista decise comunque di rielaborare in modo fortemente personale il testo di base.
Per il ruolo della protagonista pensò alla Deneuve, ma folgorato dalla visione di Isabelle Adjani in uno spettacolo teatrale, scelse lei. Truffaut cominciò a corteggiarla lavorativamente inviandole una serie di lettere lusinghiere sulle sue straordinarie doti di attrice, la Adjani inizialmente era titubante perché non voleva abbandonare il teatro. Nonostante questo cedette e le riprese ebbero inizio. L’attrice aveva solo 19 anni ma una personalità forte e decisa, così come capacità interpretative strabilianti. Truffaut se ne invaghisce ma Isabelle non cede (un amore non corrisposto come quello tra Adele e l’ufficiale, finzione e realtà si confondono). Il clima sul set è tesissimo, si gira in un luogo isolato, la Adjani sembra posseduta dal personaggio e si rifiuta di girare le scene più di una volta. Il risultato finale è un melodramma ossessivo che fa a brandelli una delle regole principali di tale genere. In “Adele H.” manca infatti la controparte amorosa, tutto il film è costruito su un unico personaggio, quello dell’innamorata. Lentamente il quattordicesimo lungometraggio del regista parigino diventa un viaggio allucinato e allucinante nella sofferenza di una giovane donna determinata ad affrancarsi dall’invadente padre ma che verrà comunque annientata da una figura maschile. La fallibilità della libertà femminile in una determinata epoca è uno dei temi cardine del film. Adele non può essere soggetto ma rimane oggetto in balia del maschio che la condizione sia con la sua assenza (l’amato) che con la sua presenza (il padre). Un personaggio dicotomico quello della protagonista, vuole occuparsi delle donne sfruttate e meno abbienti, vuole annientare il patriarcato feroce, ma al tempo stesso è succube dell’amore verso un uomo tanto da dirgli: “Io sono data a te e tu mi devi tenere”. Gli incubi che la perseguitano in cui si vede morire soffocata si fanno metafora del soffocamento sociale.
Straordinaria la sequenza finale in cui Adele ormai completamente folle, dopo un lungo viaggio per raggiungere il suo amato alle Barbados, lo incrocia per strada e non lo riconosce.
Come avverrà nel successivo “La signora della porta accanto”, anche qui Truffaut applica il detto “nè con te, nè senza di te” e come in quel capolavoro il suo sguardo verso la protagonista è oggettivo e pieno di compassione. “Adele H.” è ancora più dolente rispetto a “La signora della porta accanto”,lì i due amanti morivano insieme, in Adele l’unica vittima è la giovane protagonista.
La spietatezza dei sentimenti, l’amore come forza non salvifica, Truffaut che come l’amato Hitchcock si ritaglia un cameo all’interno del film.
Un requiem amoroso poetico e violento.

VOTO: 9.5

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