“I DIAVOLI” DI KEN RUSSELL
Anno:1971
Con: Oliver Reed, Vanessa Redgrave
“Un lungo e convulso spettacolo di sadismo, di sesso, di violenza”
(L’Osservatore romano)
“I diavoli” di Ken Russell è una delle opere più controverse, radicali e visivamente sconvolgenti del cinema britannico. La violenza, la sessualità e la rappresentazione blasfema della religione provocarono reazioni durissime da parte della censura, trasformando il film in un caso cinematografico. I tagli imposti alla versione originale ne compromisero l’integrità espressiva, contribuendo ad alimentare la fama di un’opera scandalosa. Ispirato alle possessioni di Loudun, avvenute nella Francia del XVII secolo, il film rappresenta senza mezzi termini il fanatismo religioso, la repressione sessuale e la manipolazione del potere attraverso uno stile teatrale, provocatorio ed esasperato. La vicenda del sacerdote Urbain Grandier diventa il punto di partenza per indagare i meccanismi attraverso i quali le istituzioni sfruttano la fede, la paura e la superstizione per controllare la società ed eliminare i propri oppositori. Ma Russell affronta anche un tema più universale: il bisogno umano di creare idoli, affidarsi a figure carismatiche e trasformare la devozione in una forma di sottomissione. Fin dalle prime sequenze, Loudun appare come uno spazio politico prima ancora che religioso. Le mura bianche e geometriche, attraversate da processioni e cerimonie collettive, trasformano la città in un palcoscenico sul quale ogni gesto individuale è sottoposto allo sguardo dell’autorità. Le scenografie di Derek Jarman, caratterizzate da superfici spoglie, architetture essenziali e grandi spazi bianchi, costituiscono uno degli elementi più significativi della messa in scena. La loro apparente purezza contrasta con la brutalità degli eventi. La città fortificata sembra composta da volumi astratti, mentre le strade e le piazze ricordano i corridoi di un carcere. Anche il convento, con le pareti nude e le celle uniformi, comunica più oppressione che raccoglimento spirituale. In questo universo geometrico, i corpi delle suore si agitano, si contorcono e si abbandonano a manifestazioni estreme. Il contrasto tra la rigidità delle architetture e la convulsione dei corpi rende visibile la violenza esercitata dall’ordine istituzionale sulle passioni individuali. Il bianco, tradizionalmente associato alla purezza, diventa così la superficie fredda dietro la quale si nascondono desiderio, ipocrisia e crudeltà. Il nucleo politico del film risiede nella trasformazione della religione in uno strumento di dominio. Le accuse di possessione e di eresia rivolte a Grandier non sono soltanto il risultato di convinzioni religiose, ma vengono utilizzate per delegittimarlo e consolidare l’autorità centrale. Il progetto del cardinale Richelieu di abbattere le mura di Loudun assume un significato che supera la dimensione amministrativa: la distruzione delle fortificazioni simboleggia la cancellazione dell’autonomia locale, mentre l’eliminazione del sacerdote rimuove una figura che incarna un potere alternativo. Anche il processo si configura come una rappresentazione costruita in anticipo. Le testimonianze vengono orientate, le suore interrogate e le accuse organizzate fino a trasformare il sospetto in verità ufficiale. La disposizione gerarchica degli spazi e la teatralità delle interrogazioni rivelano che il verdetto è già inscritto nella scenografia del potere. Non si cerca la verità, ma si costruisce pubblicamente una colpa funzionale agli interessi delle istituzioni. La giustizia diventa così una liturgia politica nella quale il rituale serve a legittimare una decisione già presa. È proprio in questa trasformazione della fede in spettacolo che emerge il tema dell’idolatria. La comunità di Loudun sembra avere bisogno di figure assolute nelle quali riconoscersi e di autorità alle quali affidare le proprie paure e aspirazioni. La devozione si trasforma in un fenomeno collettivo, alimentato da immagini, cerimonie e manifestazioni emotive. Il sacro non è più soltanto un’esperienza interiore: diventa una rappresentazione pubblica capace di orientare il comportamento delle masse. Grandier è al centro di questa dinamica. Sacerdote carismatico, uomo affascinante e dotato di una forte personalità, suscita ammirazione, desiderio, invidia e ostilità. La sua individualità viene progressivamente sommersa dalle proiezioni altrui: per alcuni è una figura da seguire, per altri un pericolo da eliminare. Non è più soltanto un uomo, ma un simbolo sul quale la comunità riversa le proprie aspettative e le proprie paure. Il parallelo con il culto delle rock star, ricorrente nell’universo estetico di Ken Russell, è particolarmente stimolante. Come accade attorno a un artista trasformato in icona, anche attorno a una figura religiosa può formarsi una comunità che proietta su di essa desideri, fantasie e aspirazioni. Il personaggio pubblico finisce per sostituire la persona reale, mentre l’ammirazione assume i caratteri di un rito collettivo. Il fan non ama soltanto l’artista, ma anche l’immagine che ne ha costruito; allo stesso modo, il fedele può arrivare ad adorare non tanto una persona nella sua complessità, quanto il simbolo assoluto che essa rappresenta. In “I diavoli”, tuttavia, il culto di Grandier si rivela profondamente ambiguo. La sua fascinazione entra in conflitto con un sistema politico e religioso che non tollera autorità alternative. Quando la sua immagine non può più essere ricondotta all’ordine imposto, viene rovesciata: il sacerdote carismatico diventa un presunto strumento del demonio e l’uomo desiderato si trasforma nell’oggetto di una persecuzione. La venerazione può così mutarsi in odio, dimostrando quanto l’idolatria dipenda dalle aspettative di chi adora e dalla possibilità di controllare l’immagine dell’idolo. Anche Dio è coinvolto in questo meccanismo. Le autorità pretendono di agire in suo nome, trasformando la volontà divina in una giustificazione assoluta delle proprie decisioni. La contraddizione è evidente: una società che proclama la propria devozione al sacro ricorre alla tortura, alla manipolazione e al rogo per difendere la propria idea di purezza. Russell non si limita a denunciare l’ipocrisia dei singoli religiosi, ma mostra come il potere possa appropriarsi del divino per rendere incontestabile la propria autorità. La fede diventa così un sistema di legittimazione nel quale il dissenso politico può essere facilmente trasformato in colpa morale. La rappresentazione della sessualità approfondisce ulteriormente questa critica. Il corpo è una forza naturale che le istituzioni cercano di disciplinare, ma la repressione finisce per alimentare le ossessioni che vorrebbe eliminare. La figura di suor Jeanne incarna questo conflitto. La sua attrazione per Grandier si trasforma in una fissazione nella quale desiderio erotico, aspirazione spirituale e senso di colpa si confondono. Il sacerdote diventa l’oggetto di una proiezione assoluta, una figura idealizzata sulla quale Jeanne riversa ciò che non riesce a vivere liberamente. Il suo corpo incurvato e il volto segnato esprimono visivamente una sofferenza interiorizzata, mentre le visioni di Grandier assumono la forma di fantasie febbrili e incontrollabili. Il desiderio, privato di uno spazio legittimo, si deforma e diventa ossessione. Russell mostra così come la repressione sessuale non cancelli le pulsioni, ma possa renderle più violente e facilmente manipolabili. Durante gli esorcismi collettivi, i corpi delle suore, le urla e i gesti convulsi vengono presentati come prove della possessione. Il montaggio rapido e la sovrapposizione di gestualità religiosa ed erotica trasformano il rito in una rappresentazione isterica, nella quale il confine tra fede, desiderio e spettacolo diventa indistinguibile. Le autorità interpretano questi comportamenti secondo una narrazione che conferma il loro potere, mentre le donne diventano protagoniste e, al tempo stesso, prigioniere di una messinscena collettiva. La sessualità viene dunque repressa sul piano morale e riutilizzata pubblicamente come strumento d’accusa. Le immagini estreme del film non mirano soltanto a scandalizzare, ma a rendere visibili le contraddizioni che le istituzioni cercano di nascondere. La violenza dello stile rispecchia quella del sistema rappresentato: l’eccesso diventa un mezzo per smascherare un ordine che si proclama razionale e morale mentre produce sopraffazione. Le inquadrature frontali, la composizione rigorosa degli spazi e la teatralità dei gesti costringono lo spettatore a confrontarsi con una realtà nella quale la violenza assume le sembianze della giustizia. L’esecuzione di Grandier costituisce il culmine di questo processo. Il rogo non è soltanto una condanna, ma un rituale pubblico nel quale la folla e le autorità partecipano alla distruzione di un uomo trasformato in simbolo. Il corpo condannato deve essere esibito affinché la comunità assista alla riaffermazione dell’ordine. Grandier viene sacrificato perché la sua eliminazione possa apparire necessaria e persino giusta. La sua morte diventa il punto d’incontro tra persecuzione politica, fanatismo religioso e idolatria rovesciata: colui che era stato investito di significati eccezionali viene infine distrutto per cancellare ciò che rappresenta. Questa concezione del culto e della teatralità si inserisce coerentemente nella carriera di Russell, regista visionario e anticonvenzionale, che ha spesso esplorato il rapporto tra arte, desiderio, trasgressione e costruzione del mito. Dopo “Donne in amore”, questa ricerca trova una delle sue espressioni più spettacolari in “Tommy”, dove il protagonista diventa il centro di un culto collettivo. La musica, le immagini e la partecipazione del pubblico trasformano l’esperienza artistica in un fenomeno quasi religioso. Il confronto con “I diavoli” è significativo. In “Tommy”, Russell mette in scena la trasformazione di una figura carismatica in un’icona capace di catalizzare le aspettative di una comunità; nel film storico, la stessa dinamica viene trasferita nel mondo della religione e della politica, dove l’adorazione può sfociare nella persecuzione e nel sacrificio. La rock star e il sacerdote non sono figure equivalenti, ma possono essere accostati attraverso il meccanismo della proiezione collettiva: l’immagine pubblica assorbe la persona reale e diventa il fulcro di un’esperienza emotiva condivisa. Il regista non sostiene che ogni forma di ammirazione sia fanatismo; mette piuttosto in luce il momento in cui la fascinazione diventa assoluta e il giudizio individuale viene subordinato al culto. “I diavoli” rimane un’opera di straordinaria forza visiva e tematica, sorretta dalle intense interpretazioni del cast e dalla memorabile presenza di Vanessa Redgrave. Le scenografie di Derek Jarman, i costumi e la composizione delle immagini costruiscono una critica radicale al fanatismo religioso e all’abuso di potere. Il vero scandalo del film non risiede soltanto nella blasfemia o nell’estremismo delle immagini, ma nella domanda che lascia allo spettatore: che cosa accade quando il bisogno di credere diventa più forte della libertà di pensare? Russell risponde con un universo nel quale il sacro può trasformarsi in spettacolo, l’idolo in vittima e la fede in uno strumento di distruzione. Una vicenda ambientata nel Seicento che continua a parlare al presente, perché il culto delle immagini, la fascinazione per i leader e la rinuncia al giudizio autonomo non appartengono soltanto alla storia della religione. Meravigliosamente eccessivo, isterico, delirante, visionario, barocco, blasfemo, frastornante, unico.
VOTO: 10
