“MIS MUERTOS TRISTES”, PABLO LARRAÍN
Miniserie tv
Anno: 2026
Con: Mercedes Morán
Con “Mis muertos tristes”, Pablo Larraín si confronta con l’orrore per approfondire una delle questioni centrali della propria filmografia: il rapporto tra potere, memoria e violenza. La miniserie utilizza il paranormale non come semplice dispositivo di genere, ma come strumento per interrogare le contraddizioni della società contemporanea. I fantasmi incarnano il ritorno delle vittime inascoltate e delle ingiustizie che la comunità non è riuscita a riconoscere, trasformando il passato in una presenza ancora capace di condizionare il presente.
L’operazione si inserisce coerentemente nel percorso di un regista che ha fatto della storia cilena e latinoamericana il terreno privilegiato della propria ricerca estetica e politica. Da “Tony Manero” a “Post Mortem”, da “Il club” a “El Conde”, Larraín ha indagato i meccanismi attraverso cui la violenza si normalizza, il potere costruisce le proprie rappresentazioni e le istituzioni occultano le proprie responsabilità. In “Mis muertos tristes”, questa ricerca assume una forma nuova: alla ricostruzione storica si affianca un horror in cui le apparizioni rendono visibile un trauma sociale irrisolto. Al centro della vicenda c’è una donna capace di vedere e ascoltare i morti, una facoltà che acquista un significato sempre più inquietante quando il racconto si intreccia con l’assassinio di alcuni adolescenti in un quartiere popolare di Buenos Aires. L’irruzione dell’invisibile avviene in una realtà segnata dall’abbandono e dalla precarietà, trasformando la periferia in uno spazio in cui le disuguaglianze diventano visibili. Il quartiere non è un semplice sfondo, ma una mappatura politica: gli edifici, gli spazi comuni e le architetture degradate testimoniano una promessa di modernizzazione rimasta incompiuta. Ciò che avrebbe dovuto rappresentare il progresso si è trasformato in un luogo di esclusione. È in questa frattura che si colloca la dimensione più propriamente sociale dell’orrore. La miniserie si avvicina al social horror, un filone nel quale il mostro non costituisce un’anomalia esterna da eliminare, ma rivela le contraddizioni di un ordine apparentemente normale. I fantasmi non minacciano una comunità altrimenti integra: rendono percepibile la violenza già inscritta nelle sue strutture. La paura non interrompe la normalità, ma ne smaschera il carattere profondamente malato. Il rapporto tra morte e politica costituisce uno dei nuclei più riconoscibili della filmografia di Larraín. In “Post Mortem”, ambientato durante il colpo di Stato cileno del 1973, il corpo del defunto diventa una traccia materiale della violenza storica. Attraverso una prospettiva burocratica e quotidiana, il film mostra come l’orrore possa essere amministrato e registrato senza essere realmente compreso. La Storia entra nelle vite individuali attraverso i cadaveri e le istituzioni, mentre ogni certezza morale si sgretola progressivamente. In “Mis muertos tristes”, il morto non è più soltanto la testimonianza materiale di un evento, ma una presenza che rifiuta di essere confinata nel passato. Se in “Post Mortem” la violenza politica si deposita sui corpi, qui sembra oltrepassarne i limiti, rendendo impossibile separare nettamente il mondo dei vivi da quello delle vittime.
Anche “Il club” rappresenta un precedente significativo. Nel film, l’istituzione religiosa diventa uno spazio in cui le colpe vengono occultate e la responsabilità individuale si dissolve in un sistema di protezione reciproca. La violenza non dipende soltanto dalle azioni dei singoli, ma dalle strutture che ne garantiscono l’impunità. Una logica analoga attraversa la miniserie, in cui l’incapacità di riconoscere le proprie responsabilità diventa parte integrante dell’orrore. Un ulteriore livello di lettura riguarda il rapporto tra dimensione gotica ed esperienza femminile. La capacità di vedere i morti colloca la protagonista in una posizione ambigua: le consente di accedere a una verità preclusa agli altri, ma al tempo stesso la espone al sospetto e alla marginalizzazione. Il meccanismo richiama la tradizione gotica, nella quale il corpo femminile, la sensibilità e la presunta irrazionalità diventano luoghi privilegiati dell’inquietudine. La miniserie, tuttavia, rovescia questa associazione: percepire ciò che gli altri non vedono non rappresenta necessariamente una debolezza, ma una forma alternativa di conoscenza, capace di mettere in discussione le certezze collettive. Vedere i fantasmi significa riconoscere esistenze escluse dalla rappresentazione pubblica; ascoltarli equivale a restituire voce a chi è stato privato della possibilità di testimoniare. La questione della visibilità si intreccia così con quella del potere: quali vite meritano attenzione e quali possono essere dimenticate? Il gotico diventa uno strumento per interrogare i rapporti sociali che stabiliscono il valore delle esistenze, spostando l’attenzione dai grandi eventi storici alle forme quotidiane attraverso cui la violenza attraversa i corpi e le relazioni. Sul piano visivo, i fantasmi appaiono come tracce instabili, presenze che riaffiorano da immagini deteriorate, quasi cancellate. Non sono del tutto assenti, ma neppure pienamente presenti: occupano una zona intermedia che riflette la loro condizione nella coscienza collettiva. Larraín lavora sulla contaminazione tra realismo e fantastico, senza trasformare le apparizioni in un universo separato dalla realtà. Il fantastico porta in superficie ciò che la quotidianità nasconde, mentre l’inquietudine nasce dall’impossibilità di tracciare un confine netto tra i due mondi. La dimensione politica dell’opera emerge soprattutto nella distanza tra riconoscimento e giustizia. Ricordare un’ingiustizia non significa ripararne le conseguenze, così come commemorare le vittime non basta a modificare le condizioni che hanno prodotto la violenza. Quando manca questa trasformazione, la memoria rischia di diventare un rituale di autoassoluzione. “Mis muertos tristes” si configura così come un horror politico, nel quale le presenze spettrali impediscono alla comunità di considerare definitivamente chiuso ciò di cui non ha mai affrontato le responsabilità. L’orizzonte latinoamericano amplifica questa prospettiva. Le eredità delle dittature, le disuguaglianze economiche e le fratture della vita pubblica mostrano quanto sia difficile distinguere una storia conclusa da una storia che continua a esercitare i propri effetti. Senza ridursi a un’allegoria politica univoca, la miniserie affida al fantasma una domanda essenziale: che cosa significa dichiarare conclusa una vicenda quando le sue vittime continuano a essere abbandonate? “Mis muertos tristes” si colloca dunque nel percorso di un autore che amplia il proprio repertorio espressivo senza abbandonare il nucleo politico della sua ricerca. L’horror diventa una nuova modalità per indagare le strutture della violenza e le responsabilità collettive, confermando la continuità di uno sguardo che cerca nella deformazione del reale gli strumenti per comprenderne le contraddizioni.
VOTO: 7
