ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“L’ESTRANEA” DI PAOLO STRIPPOLI

Anno: 2026
Con: Jasmine Trinca, Adriano Giannini, Valeria Bruni Tedeschi

“Lo faccio per il tuo bene’
(dal film)

Ci sono registi che utilizzano l’horror per raccontare qualcosa che si trova al di là dell’orrore e altri che sembrano aver compreso che l’orrore è già dentro le cose: nella famiglia, nella memoria, nel desiderio, nell’amore quando si trasforma in possesso. Paolo Strippoli appartiene senza dubbio alla seconda categoria.
Con “L’estranea” compie un passaggio importante rispetto alle sue opere precedenti. Dopo A “Classic Horror Story”, realizzato insieme a Roberto De Feo, “Piove” e “La valle dei sorrisi”, porta il proprio cinema nel territorio dell’horror familiare. “L’estranea” non racconta semplicemente una famiglia che nasconde un segreto. Racconta una famiglia che ha costruito la propria identità intorno alla necessità di cancellare il dolore e che, proprio nel tentativo di eliminarlo, finisce per produrne di nuovo. Al centro della storia c’è Anna, madre apparentemente esemplare di una famiglia borghese che sembra aver raggiunto una perfetta forma di equilibrio sociale: successo economico, figli talentuosi, riconoscimento, una casa ordinata che funziona come la vetrina di un’esistenza desiderabile. Ma la famiglia, nel cinema di Strippoli, non è soltanto un ambiente narrativo. È una macchina psicologica.
Il film si costruisce intorno a una domanda perturbante: quanto può diventare violento l’amore quando l’altro smette di essere considerato un individuo e diventa il depositario delle nostre aspettative? Anna ama i propri figli, ma il suo amore è progressivamente contaminato dal bisogno di proteggerli dal dolore, dalla paura di perdere ciò che ha conquistato e, soprattutto, dalla necessità di controllare il destino. Ed è proprio qui che il soprannaturale acquista il suo significato più potente. La misteriosa Estranea non è semplicemente una presenza demoniaca. È la materializzazione di una tentazione psicologica: la possibilità, apparentemente miracolosa, di eliminare il caso, la sofferenza, l’insuccesso, la perdita. La promessa impossibile di trasformare la vita in qualcosa di controllabile. L’orrore nasce dunque da una pulsione profondamente umana: non voler accettare che le persone che amiamo possano soffrire. È una delle intuizioni più interessanti del film, perché sposta il conflitto dall’ormai consueto asse bene/male a quello, molto più ambiguo e inquietante, fra amore e controllo. “L’estranea” è un horror psicologico. Da Freud in poi, il perturbante cinematografico funziona soprattutto quando ciò che dovrebbe rassicurarci diventa improvvisamente minaccioso. La casa, la madre, il figlio, la festa, il nucleo familiare: tutto ciò che dovrebbe rappresentare protezione viene lentamente privato della propria innocenza. Strippoli lavora esattamente su questo rovesciamento. La festa borghese, la famiglia apparentemente felice, l’estate, i rapporti fra genitori e figli: elementi normalmente associati alla commedia familiare vengono progressivamente minati dall’inquietudine. L’effetto non è quello di un’invasione dell’orrore in un mondo normale. È quasi l’opposto: la scoperta che quel mondo normale fosse orrorifico fin dall’inizio. È una strategia molto più vicina al cinema del perturbante che allo schema dello spavento tradizionale. Il mostruoso non vive in un castello, in una casa abbandonata o in un bosco. Vive nell’appartamento, nella memoria. Il film può essere letto anche attraverso una lente lacaniana. “L’estranea” parla infatti di un desiderio che non coincide mai completamente con il bisogno. Il desiderio è strutturalmente insoddisfatto: quando otteniamo ciò che pensavamo di desiderare, compare immediatamente un nuovo oggetto, una nuova mancanza da colmare. Anna crede inizialmente di desiderare una cosa precisa: salvare la figlia. Ma una volta raggiunto quel risultato, la situazione richiede un’altra scelta, poi un’altra ancora. Il desiderio di protezione si trasforma in desiderio di controllo; il controllo in sacrificio; il sacrificio in un’ulteriore necessità di controllo.
Il problema della protagonista non è semplicemente che vuole troppo, è che crede nell’esistenza di una condizione definitiva nella quale, finalmente, potrà sentirsi al sicuro. Ed è proprio questa illusione a condannarla. Il film funziona allora anche attraverso una continua retrospezione psicologica: lo spettatore è costretto a riconsiderare ciò che ha visto e a domandarsi quando una scelta apparentemente amorevole abbia cominciato a trasformarsi in una forma di violenza. Sul piano tecnico, il film mostra una maturazione evidente della grammatica cinematografica di Strippoli. La fotografia evita di concepire il buio come semplice assenza di luce. L’immagine lavora piuttosto sulla contrapposizione tra superfici rassicuranti ed elementi inquietanti. Gli spazi borghesi, luminosi e ordinati, diventano progressivamente luoghi di minaccia, secondo una logica che può ricordare, per certi aspetti, “Tenebre” di Dario Argento. È una scelta fondamentale perché impedisce all’horror di essere confinato in un “altrove” gotico. Il mostruoso non arriva da un luogo estraneo alla quotidianità: è già dentro la quotidianità. Anche il suono assume una funzione prevalentemente psicologica. Rumori, silenzi e musica non servono soltanto a indicare allo spettatore quando avere paura, ma contribuiscono alla costruzione di uno stato percettivo alterato. Il film sembra spesso voler produrre disagio prima ancora che paura. La messa in scena segue la stessa logica. Strippoli privilegia il volto, il corpo e la distanza fra i personaggi. L’orrore non è soltanto qualcosa che accade davanti alla macchina da presa: è qualcosa che si imprime nelle anime dei personaggi. La deformazione non è necessariamente mostruosa. Può essere emotiva, comportamentale, familiare. Il confronto fra Jasmine Trinca e Valeria Bruni Tedeschi costituisce il cuore attoriale del film. Anna è una madre che cerca disperatamente di mantenere il controllo sulla realtà. L’Estranea, invece, rappresenta una forza apparentemente opposta ma, in fondo, speculare: anche lei conosce il desiderio umano e sa che dietro ogni desiderio esiste una vulnerabilità. Il loro rapporto è quindi molto più interessante se letto non come una semplice opposizione fra vittima e carnefice, ma come il confronto fra due modalità differenti di manipolazione. La prima nasce dall’amore, la seconda nasce dalla conoscenza dell’amore. Ed è proprio questo a rendere inquietante il personaggio interpretato da Bruni Tedeschi. Non ha bisogno di essere costantemente aggressivo o mostruoso. Il suo potere consiste nel comprendere perfettamente ciò che gli altri desiderano e nell’offrire loro ciò che credono di volere. In questo senso è una figura faustiana, ma anche profondamente psicoanalitica: incarna ciò che il soggetto rimuove e che, una volta materializzato, ritorna per presentare il conto. Tra le riflessioni più interessanti che il film suggerisce c’è quella sulla rappresentazione della maternità nell’horror. Da “Psycho” a “Carrie lo sguardo di Satana” da “The Babadook” a “Hereditary”, fino al magnifico “Suspiria” di Luca Guadagnino, passando per le figure materne del cinema di Dario Argento, la maternità è diventata uno dei territori privilegiati della paura cinematografica. La ragione è evidente: la madre dovrebbe rappresentare la prima forma di sicurezza psichica. Proprio per questo, la sua trasformazione in figura persecutoria produce uno dei cortocircuiti più potenti dell’immaginario. Strippoli inserisce però questa tradizione in una sensibilità specificamente italiana. La madre di “L’estranea” non è soltanto una figura archetipica. È anche il prodotto di una cultura familiare fondata sulla protezione, sul sacrificio, sulla reputazione e sull’idea che il genitore abbia il diritto, proprio perché ama, di decidere ciò che è meglio per il figlio. L’orrore nasce quando questa logica raggiunge il suo limite estremo. “Lo faccio per il tuo bene” diventa così una frase dell’orrore. Forse la più terrificante di tutte, proprio perché non ha bisogno di essere pronunciata. “L’Estranea” più che ispirarsi alla tradizione del cinema horror italiano, sembra strizzare l’occhio a “Il sacrificio del cervo sacro” di Lanthimos. Il confronto con registi thriller/horror italiani come Mario Bava, Dario Argento e Lucio Fulci, mette in luce l’originalità di Strippoli. Bava trasformava l’horror in una partitura pittorica. Argento lavorava incessantemente sui nervi dello spettatore. Fulci portava il genere verso una dimensione più brutalmente grezza. Zampaglione, invece, mantiene un rapporto apertamente citazionista con la tradizione. Strippoli si colloca altrove. Il suo orrore nasce soprattutto dalla crisi della relazione familiare. È questo a rendere “L’estranea” contemporaneo. Famiglia, genitorialità, bisogno di controllo, paura della perdita e incapacità di accettare l’autonomia dell’altro diventano materia orrorifica. Il soprannaturale nel film non è un semplice elemento fantastico. È il dispositivo attraverso cui il film porta all’estremo una domanda molto concreta: quanto può diventare violento il bisogno di proteggere ciò che amiamo? La risposta di Strippoli è radicale. Nel momento in cui l’amore pretende di eliminare il rischio, la perdita e la libertà dell’altro, si trasforma in controllo. Ed è questo che fa paura.

“Tutti abbiamo una madre. La relazione tra madre e figlio è determinante per capire chi siamo. Spesso una donna è legata a un ruolo, a un’identità. Tutti pensiamo che le madri debbano essere solo buone, ma c’è sempre una Grande Madre, e sappiamo che c’è sempre una Madre Terribile, e a volte sono la stessa persona”
(Luca Guadagnino)

VORO: 7.5

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