“VERA” DI TIZZA COVI E RAINER FRIMMEL
Anno di produzione: 2022
Con: Vera Gemma, Asia Argento, Gennaro Lillo, Daniel De Palma, Sebastian Dascalu, Walter Saabel
“Io sono una diva o non sono più niente
E non mi fare male, sono come la gente
Io sono una diva o non sono più niente
Non mi giudicare, farò finta di niente
Non mi stressare, non mi dire niente
Non farmi male perchè sono fragile”
(“Diva”, La rappresentante di lista)
Vera Gemma con un tailleur nero, un paio di scape con i tacchi a spillo e il cappello da cowboy, viene ripresa di spalle mentre si appresta a partecipare ad una festa piena di VIP e pseudo tali. Sorrisi di circostanza, musica trash, look sgargianti. Poco dopo la donna si allontanerà dal party per entrare in un bar e parlare con una cameriera, una ragazza normale che non conosce nemmeno Eva Robin’s. Mentre sorseggia uno shottino le racconta stralci della sua vita. Nei primi minuti del film c’è tutta la dualità e la personalità della protagonista. Una donna divisa tra lo status di personaggio televisivo pop, quello di figlia d’arte e quello di attrice, scrittrice e persino cantante. Una donna naif, generosa, in grado di scardinare i dogmi dei ruoli sociali prestabiliti. La festa alla quale presenzia rappresenta il suo lato divistico, di facciata, la chiacchierata/confessione con la barista il suo lato terreno e sofferente. Il film di Covi e Frimmel è una specie di docu-fiction dove la macchina da presa registra il reale non rinunciando a svariate trovate di sceneggiarura (ci sono persino alcuni colpi di scena), facendosi riflessione sulla brutalità dell’essere figli d’arte, sul complesso di Elettra, sulla fragilità dei sogni, della fama e dell’ambizione e sulla ricerca spietata della propria identità slegata dalle origini familiari. Straordinariamente esplicativa in tal caso, la sequenza in cui Asia Argento porta la Gemma al cimitero acattolico di Roma e le mostra la tomba del figlio di Goethe. Non vi è nessuna foto dell’uomo, le incisioni sulla lapide lo ricordano solo ed esclusivamente come il figlio del famoso scrittore.
Facendo loro la lezione cinematografica di John Casavetes, i registi utilizzano la macchina da presa in maniera mobile, perlustrando da vicino i volti e i corpi degli attori, registrandone i cambi d’espressione e quindi di umore. Il peregrinare della Gemma e del bambino al quale si affeziona dopo averlo accidentalmente investito con la macchina, è una specie di versione borgatara di “Gloria” di Cassavetes. Nel capolavoro del regista indipendente americano, così come in “Vera”, al centro della narrazione vengono messe due figure che in maniera diversa sono relegate ai margini della società (Vera in quella dello spettacolo che la giudica e non le permette di esprimersi al meglio ingabbiandola nel feroce sistema “figlia di…”, “non è minimamente paragonabile al padre”, il bambino è imprigionato nella sua realtà di borgata, il riscatto sociale sarà difficile se non impossibile) e che stabiliranno un rapporto intenso che assumerà le fattezze di una specie di legame madre-figlio.
Il film di Covi e Frimmel vuole catturare piccole sensazioni, concentrandosi sulle emozioni intime dei personaggi, i due ignorano ogni forma di impressionismo cinematografico, l’ambiente nel quale si muovono gli attori è informale, all’interno di esso questi ultimi possono superare i clichè della recitazione classica.
“Vera” con la sua estetica dilettantistica va contro tanto attuale cinema/prodotto che ha plasmato la mente degli spettatori di massa.
“I miei film non sono necassariamente fotografie, sono sensazioni. E se riesco a catturare il sentimento di un popolo, di un modo di vivere, allora ho fatto buoni film. Voglio catturare un sentimento”
(John Cassavetes)
“Vera” fa esattamente ciò che faceva Cassavetes. I tic, la gestualità, le pause anticinematografiche nei dialoghi e la recitazione sgrammaticata degli attori fanno esplodere nelle scene una drammaticità naturalmente autentica.
I registi hanno realizzato un’opera profonda che si interroga costantemente sul concetto di libertà e sulla sua caducità. Ricchi o poveri, famosi o persone comuni, siamo tutti schiavi del nostro status sociale e spesso non riusciamo ad affrancarci dalle nostre miserie e dall’idea che gli altri hanno di noi. Le origini sociali, qualunque esse siano, sono una gabbia. Come affronta tuto questo Vera Gemma? Praticando la generosità e la bontà, ed è in tal senso che il suo personaggio nel percorso quasi cristologico che compie rimanda alle figure femminili di Lars Von Trier.
“Nel nostro cinema non adattiamo la realtà alle nostre idee, ma siamo pronti a tutto ciò che accade mentre giriamo”
(Tizza Covi e Rainer Frimmel)
VOTO: 8
