ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“SOTTO LE FOGLIE” DI FRANÇOIS OZON

Anno di produzione: 2023
Con: Hélène Vincent, Ludivine Seigner

“Una madre e una figlia…che sconcertante, terribile combinazione di sentimento, di confusione, di rovina…Le ferite della madre le soffre la figlia, le delusioni della madre le soffre la figlia, l’infelicità della madre si trasmette alla figlia. È come se il cordone ombelicale non si fosse mai spezzato…”
(dal film “Sinfonia d’autunno” di Ingmar Bergman)

Michelle vive da sola nella sua casa in Borgogna. Conduce una vita tranquilla, costellata dalla solita routine. Raccoglie ortaggi nell’ orto, chiacchiera amabilmente con una vecchia amica, beve caffè, legge libri (Ruth Rendell, e non è un caso!). Un giorno la figlia e il nipote vanno a trovarla e accadranno una serie di avvenimenti nefandi e misteriosi.

La normalità del male

Il prolifico regista francese ha scritto e girato un’opera perfetta, di chirurgica cattiveria, un atto d’accusa contro l’ipocrisia dell’apparente normalità. Sono cinque i personaggi principali di “Sotto le foglie”, cinque persone che potremmo definire sofferenti, vittime di legami famigliari problematici, creature piene di difetti, ammaccate dalla vita. Man mano che la narrazione procede ci troviamo invece di fronte ad un manipolo di uomini e donne che compiono gesti feroci in nome dell’egoismo e del denaro. Lo fanno muovendosi in case anonime, vestiti con abiti normali, nulla in loro è appariscente, potrebbero essere i nostri vicini di casa. Sono in realtà incapaci di rielaborare il dolore e di perdonare, si lasciano sopraffare dalle ambizioni borghesi, dietro la generosità si cela lo sfruttamento.
“Sotto le foglie” è pieno di misteri, la costruzione di questi ultimi è sapientemente gestita da Ozon che confonde, gioca con i personaggi, li fa passare per vittime per poi mischiare le carte in tavola.
Michelle ha cucinato di proposito i funghi velenosi per far spirare la figlia? Valérie, sua figlia, la odia ferocemente, perché? Scopriremo che non le ha mai perdonato il fatto che si prostituiva per mantenerla, ma è avida nel volersi appropriare dei beni materiali della genitrice. Le chiede soldi, ha ereditato il suo appartamento parigino e si assicura di avere anche la casa in campagna. L’amica della protagonista occulta i misfatti del figlio, un delinquente desideroso di riscatto sociale. Persino il nipotino di Michelle si rivelerà un bugiardo. Vittime che diventano carnefici e poi ancora vittime e di nuovo carnefici. La vecchiaia rappresentata non è quella in cui ormai si è pacificati, ma è un turbinio di emozioni vitali e mortali, dove l’ineluttabilità delle scelte fatte nel passato non può essere cancellata.
È quasi un kammerspiel “Sotto le foglie”, Ozon azzera ogni spettacolo visivo, gioca con lo spettatore medio, che pregno di schemi interpretativi cattolici, si convince che la figlia sia oppressa da una madre che prostituendosi le ha rovinato la vita, ma prima di tale rivelazione Michelle sembra un personaggio positivo odiato ingiustamente dalla figlia. Tutto è mostruosamente aggrovigliato. Uomini che vengono utilizzati dalle donne per raggiungere i propri scopi, e come farlo quando a causa dell’età non si ha più potere sessuale? Tramite i soldi. Donne a loro volta sfruttate per la loro agiatezza economica. Madri usate per avere l’eredità, figlie che vengono annientate per vendetta. Una delle frasi più belle del film “Sinfonia d’autunno” di Ingmar Bergman recita: “non si finisce mai di essere una madre e una figlia”. Tale legame è una specie di ancestrale maledizione, per Ozon persino paranormale. Una volta morta (suicidio? omicidio? incidente?) Valérie apparirà a Michelle sottoforma di fantasma e continuerà a tormentarla sino alla morte. Non c’è amore in “Sotto le foglie”, nemmeno dove sembra essercene.
François Ozon dimostra una maestria di scrittura stupefacente (la sceneggiatura non è tratta da un romanzo ed è scritta dal regista insieme a Philippe Piazzo), il suo è un film che cesella situazioni e personaggi con totale sensibilità e spregiudicatezza.
Uno studio di caratteri bergmaniano e chabroliano, una lente di ingrandimento che evidenzia le defezioni umane.
Una partitura musicale coinvolgente con cinque strumenti, dove ognuno dei punti di vista è ineccepibile.
Un dramma che si tinge di mistery, un mistery che si tinge di dramma.
Splendida l’interpretazione di Hélène Vincent (le attrici americane della sua stessa età avrebbero tanto da imparare da lei).

VOTO: 8

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