ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“SAUVAGE” DI CAMILLE VIDAL-NAQUET

Anno:2018
Con: Félix Maritaud, Nicolas Dibla

Léo il selvaggio

Léo è un marchettaro di 22 anni senza fissa dimora.
Léo si prostituisce e non sappiamo nulla della sua famiglia.
Lèo non ha mai ricevuto amore, la sua esistenza scorre alla disperata ricerca di un contatto fisico e l’unico modo che ha per ottenerlo è fare sesso con i clienti, alcune volte non consumando l’atto sessuale ma cercando di trovare la tenerezza anche in un incontro con uno sconosciuto.
Léo non ha passato, Léo non ha futuro.
“Sauvage” è la struggente opera prima di Camille Vidal-Naquet, è un film sulla devastante solitudine di un ragazzo di vita, è il reportage nudo e crudo delle sue notti selvagge.
Le scelte estetiche del regista non lasciano scampo, la disperazione messa in scena non è mai stilizzata, estetizzante e autocompiaciuta, non esiste moralismo tra i fotogrammi di “Sauvage”.
La macchina a mano che pedina incessantemente Léo scava nella sua mente, nel suo corpo provato, ci mostra senza filtri la sua discesa negli inferi ed il suo disperato amore non corrisposto.
Il protagonista ama un altro marchettaro che vive la prostituzione come un occasione per conoscere qualche facoltoso anziano che lo mantenga, mentre per Léo essa è l’unica opportunità che la vita gli ha offerto per relazionarsi con altre persone.
Droghe pesanti, clienti folli e violenti, sodomizzazioni con plug giganti e nottate in discoteca, la vita di Léo è un percorso cristologico di rara potenza, dove ogni scena, ogni dialogo, ogni movimento di macchina è il mezzo attraverso il quale entrare in totale empatia con lui.
Un ritratto dolente e deflagrante di un giovane che non sente le umiliazioni e che percepisce la vita solo tramite il dolore.
“Sauvage” colpisce lo spettatore allo stomaco e al cuore, non lascia scampo, mozza il fiato e tratteggia implacabile un’esistenza inellutabilmente devota al peggio.
Camille Vidal-Naquet filma la brutalità del sesso come non avveniva dai tempi di “O fantasma” di João Pedro Rodrigues e racconta l’amore non come una forza salvifica ma come un sentimento distruttivo e mortificante.
Scarno e appassionato, un’ opera di corpi nudi, tatuati, vecchi, feriti, ricoperti di sangue, ammaccati e mortiferi.
Perfettamente equilibrato: mai un’inquadratura o un dialogo di troppo, mai un movimento di macchina invadente.
Un film che sarebbe piaciuto a Pier Paolo Pasolini.
Struggente.

VOTO: 8.5

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