ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“SAINT OMER” DI ALICE DIOP

Anno: 2022
Con: Kayije Kagame, Guslagie Malanda

Rama è una giovane scrittrice ed insegnante universitaria di letteratura francese. Per raccogliere materiale adatto al suo prossimo libro comincia a seguire il processo a Laurence Coly, donna che ha abbandonato la sua bambina in riva al mare.
Alice Diop concepisce il cinema come atto esplicativo dei conflitti umani, in particolare di quelli che regolano i rapporti madre-figlia. Teatro della vicenda è un’aula di tribunale dove Rama, attraverso l’inquietante storia di Laurence vede sgretolarsi le sue convinzioni, il racconto della donna susciterá in lei reazioni dolorose che la metteranno in discussione e le faranno rivivere il difficile rapporto con la sua genitrice.

“Tutti abbiamo una madre. La relazione tra madre e figlio è determinante per capire chi siamo. Spesso una donna è legata a un ruolo, a un’identità. Tutti pensiamo che le madri siano buone…ma c’è una complessità immensa nella figura della madre rispetto a quello che la pubblicità e il mondo dell’intrattenimento vogliono farci credere” (Luca Guadagnino).

Sotto il tema centrale delle ragioni che spingono una madre ad uccidere il proprio figlio si agitano argomenti come la superstizione, la solitudine, i disturbi psichici, il razzismo, le differenze culturali…la Diop cerca e trova l’equilibrio perfetto tra atrocità e pentimento, tra responsabilità private e colpe sociali, bilanciamento che risulta essere sin troppo calcolato.
“Saint Omer” porta in superficie le brutture, le debolezze e l’umanità del personaggio dell’assassina, narra le sue ragioni e i suoi torti e lo fa perchè vuole rappresentare la dignità di Laurence.
Il primo lungometraggio di finzione della documentarista ha il limite di tutti i film processuali, opere sempre prepotentemente vogliose di mandare un messaggio netto, senza mezzi termini, senza ricorrere a nessun tipo di allegoria.
Cinema didascalico che non ammette sottigliezze interpretative, ma che è il mezzo attraverso il quale cercare di fare chiarezza sulle ragioni che possono spingere una donna a compiere quell’atto brutale da sempre ritenuto tra i più grossi tabù della nostra società: l’infanticidio.
La regia rigorosa e classicheggiante della Diop, che alterna i primissimi piani ai campi totali e che si nutre di lunghe inquadrature fisse, come nella migliore tradizione del cinema festivaliero degli ultimi anni, serve a non far distrarre lo spettatore.
“Saint Omer” è un’opera che non vuole disturbare, didattica nello sviscerare spiegoni antropologici, psichiatrici, sociologici e persino biologici messi in bocca ai personaggi e non rifuggendo da un certo schematismo (le donne sono dotate di pietas e sensibilità, gli uomini sono giudicanti, egoisti e feroci), è un film che prende per mano lo spettatore procedendo rigido su di una struttura narrativa ripetitiva (il processo, Rama disperata nella sua stanza d’albergo, Rama da ragazzina alle prese con la madre).
“Saint Omer” pensa che il pubblico in sala sia unicamente composto da persone immature ed ignoranti, persone sicuramente esistenti, ma che non cambieranno certo la loro idea tramite il film.
Non manca una certa prevedibilità nello svolgimento della vicenda. Non esente da alcuni sprazzi di patetismo fastidioso.

VOTO: 5.5

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