ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“RIMINI” DI ULRICH SEIDL

Anno: 2022
Con: Michael Thomas

“Il mare d’inverno
È un concetto che il pensiero non considera
È poco moderno
È qualcosa che nessuno mai desidera
Alberghi chiusi
Manifesti già sbiaditi di pubblicità
Macchine tracciano solchi su strade
Dove la pioggia d’estate non cade”
(“Il mare d’inverno”, Loredana Bertè)

Rimini d’inverno, il sessantenne Richie Bravo si esibisce in performance canore davanti a gruppi di pittoreschi fans, si prostituisce con le donne del posto e sua figlia lo perseguita con richieste economiche.
Torna al cinema di finzione dopo nove anni Ulrich Seidl e lo fa immergendo di nuovo la sua macchina da presa nella solitudine di un manipolo di personaggi profondamente alienati. Sceglie una Rimini nebbiosa e innevata, gelida e deserta quanto quella rappresentata da Valerio Zurlini in “La prima notte di quiete”, un luogo non luogo che si fa spazio mentale.

ULRICH SEIDL E L’ESTETICA DEL BRUTTO.

“Un’estetica del brutto? E perché no?” (“Estetica del brutto”, Karl Rosenkraz).

Per Seidl il brutto assurge a protagonista assoluto della sua riflessione artistica (la bruttezza estetica e morale). Se per una certa filosofia il brutto non ha esistenza di per sè, ma la riceve dal bello, così come quest’ultimo non può fare a meno del brutto, per il regista viennese il brutto è assoluto, è una dimensione psico fisica totalitaria. Richie, le sue clienti e sua figlia sono derelitti bisognosi d’amore disposti a comprarlo tramite fugaci e impacciati rapporti sessuali, sono uomini ricattati e ricattabili, sono creature interessate solo al dato economico, sono esseri dalla carne flaccida, dalla fica che sa di lubrificante scadente…canta l’amore Richie Bravo ma il mondo in cui vive è totalmente privo di tale sentimento e la ricerca di esso non può che passare tramite lo squallore.
Seidl è un moralista nichilista, uno che odia l’umanità, che la ridicolizza, che ne evidenzia le piccolezze, cinema della crudeltà, del resto lui stesso ha dichiarato: “Cosa c’è da raccontare sulla felicità? La vita non tratta della felicità, al massimo tratta della ricerca di essa e della delusione nel riconoscere che è pressoché impossibile da raggiungere”.
La geometrica delle inquadrature, spesso costruite su campi lunghi e lunghissimi, che lasciano intravedere una via di fuga per Richie, è in realtà la rappresentazione dell’impossibilità del protagonista di raggiungere quel punto di fuga e di uscire dalla gabbia della sua vita, una messa in scena che rappresenta alla perfezione la castrazione del protagonista, costretto ad inventare la propria esistenza, costretto ad avere a che fare con un padre malato ed ex nazista, un fratello infantile, il ricordo di una madre che le dava il bacio della buona notte come nessun altro e una figlia che lo costringe a compiere atti immorali in nome del dio denaro, sino a fare di Bravo la metafora dell’attuale occidente; un posto misogino, capitalista, fallocentrico, dove essere famosi significa essere idolatrati senza se e senza ma da chiunque, dove la minaccia del diverso inquieta costantemente e la sensazione che il proprio recinto possa essere invaso dallo straniero sconvolge all’ennesima potenza.
Un’ opera sull’ incomunicabilità umana, sulla deriva, sullo spleen, su dei corpi che non rispecchiano i canoni di sessualità prestabiliti, la sessualità in “Rimini” è uno scambio, è un chiedere ed un avere, tutto è mescolato.

VOTO: 10

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