ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“QUIET LIFE” DI ALEXANDROS AVRANAS

Anno di produzione: 2023
Con: Čulpan Chamatowa, Gregorij Dobrygin

La sindrome della rassegnazione è un disturbo che colpisce i minori che vedono negata la richiesta d’asilo della famiglia e può portare a stato vegetativo.

Sergei e Natalia hanno due figlie pre adolescenti. Sono costretti a fuggire dal loro paese (la Russia) e cercano con tutte le loro forze di costruirsi una nuova vita in Svezia. Quando la richiesta di asilo verrà rifiutata le due ragazze cadranno in uno stato comatoso.
“Quiet life” è il quinto lungometraggio di Avranas, regista che non è stato più in grado di avvicinarsi alle vette raggiunte con “Miss Violence”. Quest’ultimo raccontava con violenza e con un potente cinismo un nucleo famigliare disfunzionale. Il regista puntava la sua macchina da presa su di un microcosmo raggelante, contaminato dal male partorito da un macrocosmo politico problematico (la crisi economica greca). In “Quiet life” attua un discorso simile, ma meno concentrato sulle storture della famiglia. Le asettiche sequenze in cui vediamo Sergei, Natalia e prole davanti alle commissioni che devono accettare o meno la loro richiesta di asilo sono veri e propri segmenti dell’orrore. Torture porn psicologici che evidenziano senza mezzi termini un sistema ritenuto accettabile ma che in realtà è un atto di sevizia mentale. Avranas porta a galla l’ipocrisia di un paese solo apparentemente ospitale e generoso, facendosi rappresentazione di svariate brutture umane. Ne esce fuori una specie di dramma da camera (le stanze della casa dei protagonisti, quelle degli uffici in cui avvengono i colloqui, quelle della struttura medica nella quale vengono ricoverate le bambine).
Cinema teorico che vuole rendere ancora più insostenibili le terribili notizie che i telegiornali e i programmi di cronaca ci propinano. Lo fa deformando alcuni personaggi e alcune situazioni (ma spesso la realtà è più irreale dell’irrealtà).
La frontalitá clinica delle inquadrature è indispensabile a rendere il messaggio nitido. Manca però ogni sorta di allegoria, si sfiora il didascalico. Nonostante la crudeltà della tematica non si raggiungono le vette di pessimismo di “Miss Violence”. Lì non c’era speranza alcuna, la famiglia era composta da un orco e da una strega cattiva, i bambini erano le vittime sacrificali di una società in crisi. Anche qui lo sono, ma Avranas apre squarci di luce e ottimismo. La famiglia ritratta è messa sotto pressione da una situazione esterna terribile e a tratti ne subisce le conseguenze (il padre che con asfissiante violenza psicologica fa ripetere alla figlia il discorso da fare agli assistenti sociali, provocando in lei la sindrome della rassegnazione) ma l’amore genitoriale farà trionfare il bene e la giustizia. In molti ricordiamo, invece, come Lanthimos (tanto per citare un altro cineasta greco) disintegrava ne “Il sacrificio del cervo sacro” una famiglia alle prese con una serie di problematiche che irrompevano nella stucchevole razionalità borghese. Avranas è più terreno, documentaristico. I suoi personaggi lottano per la pace borghese o forse sono costretti ad integrarsi in quello stesso contesto borghese che li ha stritolati e violentati?

VOTO: 6.5

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