ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO” DI ABDELLATIF KECHICHE

Anno: 2017
Con: Shaïn Boumedine, Ophélie Bau, Lou Luttiau, Salim Kechiouche, Hafsia Herzi

“Sapore di sale
Sapore di mare
Che hai sulla pelle
Che hai sulle labbra
Quando esci dall’acqua
E ti vieni a sdraiare
Vicino a me
Vicino a me” (Gino Paoli).

Tutto l’apparato tecnico di “Mektoub, my love:canto uno” non si limita a ricreare attraverso il profilmico ed il filmico il quotidiano senza apparenti filtri ma lo registra in maniera documentaristica pur non essendo un documentario.
La luce del film è naturale, spesso il sole invade l’inquadratura, la macchina da presa è mobilissima, quasi da Dogma ’95: ci sono i personaggi che interagiscono tra loro, che ballano, camminano, mangiano, scopano, nuotano, piangono, ridono, godono e c’è la camera a mano a loro totale disposizione, è lei che li pedina, è lei che si piega alle esigenze degli attori e non viceversa.
Tutto sembra avvenire davanti a lei che è pronta a cogliere uno sguardo, un fremito, un lieve sorriso, lei è sempre lì tra un manipolo di interpreti a dir poco eccezionali.
“Mektoub, my love:canto uno” è naturalismo cinematografico allo stato puro, è la radicalizzazione dell’antipsicologismo, è la miracolosa capacità di un autore abnorme di scaraventare sul grande schermo la vita senza il bisogno di poggiarsi su una sceneggiatura studiata a tavolino.
Privo di didascalismo e schematismo, è un’opera d’arte libera ed erotica, svincolata sia dalle regole del cinema commerciale sia da quelle dei film festivalieri e procede per tre ore con una forza dirompente.
I dialoghi frenetici e implacabili scandiscono il ritmo del film compenetrando con il montaggio che si fa quasi invisibile; parole, parole, parole, un film pieno di parole che il regista filma rendendole sessuali e potenti; la musica che alterna sapientemente hit dance anni ’90 a brani di musica classica non dà tregua contribuendo a rendere Mektoub un enorme affresco sensoriale che fa dell’antinarratività il suo pregio e catapulta definitivamente Kechiche nell’olimpo dei pochi registi in circolazione che posseggono una cifra stilistica personale e non derivativa.
La sua arte è forse accostabile unicamente a Eric Rohmer, anche lui usava la luce naturale e gli attori non professionisti, la sua regia era misuratissima, i movimenti di macchina mai aggressivi o troppo elaborati, ma mentre Rohmer prediligeva quasi esclusivamente i piani americani, Kechiche ama i primissimi piani, pur facendo abbondante uso delle figure intere funzionali all’esaltazione dei corpi delle attrici e della loro strabordante carnalità.
Altra fondamentale differenza tra i due cineasti è l’erotismo, nel cinema di Rohmer esso non è l’elemento più importante, in Kechiche invece ogni fotogramma trasuda sesso e anche se in “Mektoub, my love: canto uno” c’è solo una scena che mostra un amplesso, l’erotismo è ovunque e palpabile, risiede nel modo in cui i personaggi si muovono, si provocano,
si vestono, si guardano.
Il sesso in questo film è più pensato che vissuto, più bramato che attuato ed è finalizzato esclusivamente al godimento fisico, è qualcosa di naturale, ancestrale e puramente fisico e data la giovane età dei protagonisti non è nè un gioco di potere e sopraffazione nè il banale riempitivo di un vuoto interiore.
Il regista tunisino è forse l’unico nel panorama del cinema mondiale a non far approcciare i suoi personaggi in maniera problematica al sesso e a godere nell’inquadrare corpi imperfetti, vivi, lontanissimi dalle mode e dagli stereotipi e a metterli al centro di racconti di formazione dove le labbra, il sudore, gli occhi, i denti, i culi e i capelli degli attori invadono lo schermo, catapultando lo spettatore dentro la storia, lì tra i personaggi, ed è così che si ha l’impressione che noi che guardiamo siamo la macchina da presa di Kechiche e che tutto sia una nostra soggettiva.
Abdellatif Kechiche non lascia nulla fuori campo, per lui niente è superfluo, è affamato di immagini, odori, animali, natura, donne, uomini, è come il suo giovane protagonista che osserva, registra, vuole immortalare tutto con la macchina fotografica in un’epoca (il film è ambientato nel 1994) dove i cellulari con tutte le loro varie applicazioni non avevano ancora preso piede e il mondo veniva guardato frontalmente e a testa alta.
Un ode alla giovinezza, alla consapevolezza del proprio corpo e del proprio potere seduttivo, una danza sfrenata e divertita prima che arrivi la pesantezza dell’esistenza, prima che la maturità imborghesisca, renda meno liberi ed ingabbi in sistemi sociali precostituiti.

“You mean I’ve been dancin’ on the floor darlin’
And I feel I need some more and I
Feel your body close to mine and I
Move on love it’s about that time
Make me feel real mighty
Make me feel mighty”(Sylvester).

Voto: 10

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