ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“L’UOMO CHE VENDETTE LA SUA PELLE” DI KOAUTHER BEN HANIA

Anno: 2020
Con: Yahya Mahayni, Dea Liane, Koen De Boun, Monica Bellucci

“Alcuni pessimisti affermano che l’arte è morta, io al contrario penso che non sia mai stata così viva di quanto lo sia oggi. Con la mia ultima opera voglio esplorare una nuova dimensione. Viviamo in un’epoca molto buia, se sei siriano, afghano, iraniano e così via, sei persona non grata, si alzano i muri. Io ho appena reso Sam una merce, una tela, quindi ora può viaggiare per il mondo perchè al mondo d’oggi la circolazione delle merci è molto più libera della circolazione degli esseri umani. Cosí dopo averlo trasformato in una specie di merce, lui adesso sarà in grado, secondo i codici dei nostri tempi, di riavere la sua umanitá e libertá. Sembra quasi un paradosso vero?” (dal film)

Sam è un giovane siriano in fuga dalla sua cittá natale. Una volta trasferitosi a Beirut si trasformerá in un’opera d’arte vivente facendosi tatuare la schiena da un mefistofelico artista americano. Tutto questo per racimolare il denaro necessario per raggiungere la sua amata in Belgio.

“L’uomo che vendette la sua pelle è un incontro tra due mondi che mi affascinano: quello dell’arte contemporanea e quello dei rifugiati, due universi sigillati e governati da codici completamente differenti. Da un lato abbiamo un mondo elitario e consolidato in cui la parola chiave è “libertá”, mentre dall’altro lato abbiamo un mondo di sopravvivenza influenzato dall’attualitá, in cui la mancanza di scelta è la preoccupazione quotidiana dei rifugiati. Il contrasto tra questi due mondi porta a una riflessione sulla libertá. Quando il rifugiato Sam incontra l’artista Jeffrey, gli dice: “Sei nato dalla parte giusta del mondo” (la regista).

Kaouther Ben Hania per il suo quarto lungometraggio si è ispirata a Wim Delvoye che nel 2006 trovò in Tim un volontario per esprimere la sua folle arte. L’artista belga tatuò la schiena del quarantenne svizzero, trasformandolo quindi in un’opera d’arte.
Cosa è disposto a fare il protagonista in nome dell’amore? Cosa accade se crede di aver raggiunto la libertá tramite delle persone che in realtá lo stanno solo sfruttando? Cosa succede se quel mondo che gli sta dando sicurezza economica in veritá lo sta trattando come fosse un oggetto? Sam lentamente ma inesorabilmente subirá una spersonalizzazione tale da farlo sentire meno libero di quando nel suo paese non poteva nemmeno pronunciare delle parole perchè punibile con la galera.

“La svalorizzazione del mondo umano cresce in rapporto con la valorizzazione del mondo delle cose…” ( Karl Marx).

La regista tunisina sa che nell’attuale societá conta più l’apparire che l’essere, raramente le due cose si coniugano, conta di più ció che possediamo rispetto a ciò che siamo, sa benissimo che l’uomo moderno, soprattutto quello occidentale ed economicamente agiato, applica con violenza inaudita sia il discorso del capitalista che quello del padrone caro a Jacques Lacan. Il primo è caratterizzato da un’ingiunzione al godimento, caratteristica del capitalismo nella sua fase di dominio della fantasmagoria consumista delle merci, mentre il secondo è ancora dominato dal rapporto servo-padrone e della lotta per il riconoscimento. Sam è il servo di Jeffrey e di Soraya (l’assistente di Jeffrey) che rappresentano i padroni, ma è anche una figura ambigua che per buona parte del film è sia la vittima di quella macchina del godimento, che implica l’assenza di legge e l’assenza del sentimento dell’impossibile perpetrata dai suoi padroni, sia colui che in maniera passiva trae profitto da tale situazione di schiavitú, sino a quando non verrá colto da un autentico e rivoluzionario desiderio di indipendenza. La presa di coscienza di essere la vittima sacrificale di un occidente che è solo un miraggio dell’autodeterminazione, lo spingeranno alla ribellione e a rituffarsi a capofitto nella rocostruzione del rapporto sentimentale con la donna che ha perso, dando cosí all’amore una forte valenza salvifica. La fiaba capitalista ed anti-capitalista di Kaouther Ben Hania è costellata da gustose trovate, sia dal punto di vista della messa in scena che da quello della sceneggiatura (alcune battute acide sull’umanitá e sul mondo dell’arte contemporanea colpiscono nel segno), ma non ha il coraggio di essere feroce sino in fondo. Nella parte finale anche i personaggi più diabolici e dediti allo sfruttamento di Sam, mostrano cedimenti romantici ed altruisti, se da una parte questo processo rende meno schematici i protagonisti, dall’altra annacqua la dissacrante e nera brutalitá sociologica messa in atto sino a quel momento. “L’uomo che vendette la sua pelle” ha piccole scene gustose e persino memorabili, ha i tempi della commedia grottesca, e pone a tutti gli spettatori una serie di domande precisissime: cosa siamo disposti a fare in nome della libertá? E se quest’ultima fosse solo un’utopia? Quanto è inevitabile essere assoggettati da chi è più agiato? Qual è il confine tra vittima e carnefice? Tra sfruttato e sfruttatore? Domande importanti che creano più di uno spunto di riflessione.

“La libertá è la possibilitá di dubitare, la possibilitá di sbagliare, la possibilitá di creare, di sperimentare, di dire no a una qualsiasi autoritá, letteraria artistica filosofica religiosa sociale, e anche politica” (Ignazio Silone)

VOTO: 7

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