ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“L’ UOMO INVISIBILE” DI LEIGH WHANNELL

Anno: 2020
Con: Elisabeth Moss, Oliver Jackson-Cohen

Leigh Whannell, giá regista di 2 horror commerciali come “Insidious 3-L’Inizio” e “Upgrade”, tenta di alzare l’asticella del suo cinema e di dargli una dimensione più politica e sociologica con “L’uomo invisibile”, adattamento in chiave moderna del romanzo di H.G. Wells e reboot del film del 1933.
La sua versione de “L’uomo invisibile” è una sorta di manifesto MeToo, ma il punto di vista è comunque maschile.
Il film pone soluzioni al problema della violenza domestica in modo assai banale e tipico di tanto cinema mainstream made in USA, dove alla violenza si risponde sempre con la violenza.
Cecilia, una costantemente sopra le righe Elisabeth Moss, è vittima da anni di un marito brutale, sino a quando una notte non deciderá di scappare dalla loro casa.
Nonostante la notizia del suicidio del marito, la donna continuerá a sentirne la presenza.
Film come “L’uomo invisibile” sembrano prettamente indirizzati ad un pubblico giovane e/o a digiuno dei fondamenti della storia del cinema.
Il soggetto affrontato è assai abusato e non rielaborato in chiave nuova ed originale.
Il tema della donna in balia della follia del marito che vuole subdolamente condurla alla pazzia, è stato usato almeno in un centinaio di altri film dal 1895 ad oggi.
Tra le pellicole che meglio affrontarono tale argomento, viene in mente “Angoscia” del 1944, diretto da George Cukor e con una Ingrid Bergman soggiogata e quasi portata alla pazzia dal compagno che voleva farla internare in manicomio per appropriarsi di una serie di preziosi gioielli di famiglia.
In “L’uomo invisibile” il manicheismo con il quale vengono descritti i personaggi è disarmante e totalmente privo di uno scavo psicologico serio; uomo/cattivo/violento, donna/buona/vittima/vendicatrice, personaggi afflitti da uno schematismo degno di un qualsiasi thriller commerciale degli anni novanta.
Nulla di male, il cinema commerciale può anche essere piacevole, ma quando lo è in maniera dura e pura e non ammantato da un’aura di cinema femminista e sociologico.
Di sociologico qui c’è solo la descrizione primitiva di una giovane donna vittima di un marito violento, una creatura che non riesce ad affrancarsi da lui se non ripagandolo con la stessa moneta.
Wharrell azzera anche il processo di immedesimazione con la protagonista, facendo iniziare il film con la fuga di Cecilia dalla sua casa, non la vediamo mai vittima delle brutalità fisiche e psicologiche del compagno.
I repentini salti che il film compie tra un genere cinematografico e l’altro appesantiscono la narrazione rendendo ridicole alcune situazioni: come si può non sorridere quando vediamo per la prima volta l’uomo invisibile del titolo apparire e scomparire grazie ad una tutina nera, quando sino a quel momento il film aveva un tono realistico?
Come si possono non trovare involontariamente comiche le sequenze in cui i personaggi lottano con la creatura trasparente, muovendosi come stessero interpretando uno sketch burlesco?
Francamente trascurabile e sopravvalutato.

VOTO: 4

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