“INDAGINE SU UN CITTADINO AL DI SOPRA DI OGNI SOSPETTO” DI ELIO PETRI
Anno di produzione: 1968
Con: Gian Maria Volontè, Florinda Bolkan
Elio Petri iniziò la sua carriera cinematografica negli anni cinquanta come sceneggiatore, tra gli altri, di Giuseppe De Santis. Passò alla regia nel 1961 con il film “L’assassino”, dove riuscì a coniugare il poliziesco al sociale. Già era evidente il suo stile in grado di “metaforizzare” la realtà pur rimanendo ancorato al sociale. Sociale che Petri trasfigura e deforma sotto una potente furia iconoclasta. “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” fa parte di quella che i critici definirono la tetralogia del regista sulla corruzione italiana. La prima opera facente parte di tale tetralogia fu Indagine, seguita da “La classe operaia va in paradiso”, “La proprietà non è più un furto” e “Todo Modo”.
Il Dottore viene promosso al comando dell’ufficio della questura. Un giorno decide di assassinare la compagna con la quale intrattiene giochi erotici di natura sadomasochista. Da quel momento non farà altro che disseminare il luogo del delitto di prove che dovrebbero riportare le indagini a lui, ma essendo un uomo di potere all’interno della pubblica sicurezza, per tutti è innocente.
“Qualunque impressione faccia su di noi, egli è un servo della legge, quindi appartiene alla legge e sfugge al giudizio umano”
(Franz Kafka)
“Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto” è un film palesemente provocatorio, la realtà messa in scena è vittima di un percorso deformante e polemico che alterna senza sosta squarci neorealisti ad altri grotteschi che sembrano derivare dal cinema di Pietro Germi.
Dramma e commedia, realismo e metaforizzazione di quest’ultimo. Cinema politico, ma che non rinuncia allo spettacolo e ai meccanismi del thriller, pur rimanendo un attacco frontale al potere e alle sue dinamiche fascistoidi.
Elio Petri mette al centro della narrazione quello che Goffredo Fofi definì un piccolo borghese meridionale che non ha la possibilità di accesso a un potere diverso da quello burocratico e che sfoga nell’autorità le sue repressioni sessuali e di classe. I rapporti sessuali che Il Dottore intrattiene con la compagna sono infatti di natura parafiliaca e numerosi sono gli abusi di potere che compie nella sua professione. Ogni forma di potere è fascismo, per Petri il fascismo è la più alta forma di repressione, non a caso il personaggio di Volontè afferma: “La repressione è il nostro vaccino. Repressione è civiltà”. È politico e psicoanalitico perché il protagonista è un campionario incandescente di patologie mentali che non possono far altro che contribuire all’insudiciamento di un sistema, quello della giustizia, che invece dovrebbe essere cristallino. Strutturato su una serie di flashback fondamentali alla caratterizzazione psichica di Il Dottore, il film è il ritratto di uomo assillato da un mastodontico sistema di regole che non riesce a rispettare sino in fondo. È costretto ad indossare quotidianamente una maschera che lo renda conforme al ruolo di eroe anticrimine e non appena vuole far cadere la maschera, tutta una cerchia di potenti lo protegge, lo blinda in un sistema che capovolge il concetto di giustizia e che lo costringe a fargli indossare nuovamente la maschera. Il Dottore insegue la libertà, compie un delitto e sfida la morale e la giustizia proprio perché ricerca un’autonomia che gli viene costantemente negata. Allo stesso tempo però prova godimento nell’essere un uomo al di là della legge. Una dicotomia che rappresenta anche il periodo storico in cui il film è stato realizzato. Nel non avere un nome di battesimo Il Dottore incarna un concetto astratto: l’autorità che si erge sopra tutto e tutti divenendo impermeabile al giudizio umano.
Ennio Morricone compose la memorabile colonna sonora del film. Il musicista dichiarò che dopo aver letto la sceneggiatura di Petri e Pirro, scrisse una musica grottesca che avesse qualcosa di popolare al suo interno e usò strumenti poveri come il mandolino e il pianoforte. Utilizzò anche un sintetizzatore per ricreare il suono di una pernacchia.
Gli spazi scenici alternano gli arredi liberty della dimora dell’amante del protagonista, alle asettiche stanze del potere. Le architetture razionaliste e metafisiche vengono riprese in campo totale come poi farà Paolo Sorrentino nei suoi film. Scelte funzionali a donare una dimensione potente e quasi da incubo alle sequenze.
Gian Maria Volontè è furioso, la Bolkan è la perfetta incarnazione delle perversioni del compagno.
Cinema eccessivo, arzigogolato, tecnicamente e concettualmente barocco. Numerosi i rimandi a Brecht, Marx, Kafka, Pirandello, Freud e De Chirico. Sorprendente il finale aperto che lascia lo spettatore in preda ai dubbi.
Il Potere è una gabbia, è una ragnatela che intrappola, i suoi vantaggi generano svantaggi.
Gran premio della giuria al Festival del Cinema di Cannes del 1969 e Premio Oscar per il miglior film straniero.
VOTO: 10
