ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“IL POTERE DEL CANE” DI JANE CAMPION

Anno: 2021
Con: Benedict Cumberbatch, Jessw Plemons, Kristen Dunst, Kodi Smit-McPhee

Montana 1925, George e Phil sono due fratelli caratterialmente agli antipodi. Insieme si occupano del loro ranch. Il matrimonio di George con una giovane vedova scatenerá in Phil sentimenti di rabbia portandolo a compiere azioni distruttive.
Se in “Lezioni di piano” (1993) il più famoso film di Jane Campion, lo scontro tra istinto, ragione, sensualitá, natura e sopraffazione sociale veniva affrontato tramite l’amore e la vita, in “Il potere del cane” le stesse tematiche sono narrate in una logica di amore (reale? Di convenienza? Represso?) e morte. Nel 2021 Jane Campion ha uno sguardo più pessimista e spietato sull’umanitá rispetto al passato. La carriera della regista neozelandese potrebbe essere suddivisa in due filoni: il primo composto da film in superficie gelidi ma che covano passioni feroci, opere vibranti con palesi richiami al femminismo anticonformista, il secondo è costellato da lungometraggi barocchi e grezzi che si interrogano comunque sul ruolo della donna in svariate epoche storiche. “Il potere del cane” ha caratteristiche di entrambi i filoni ma è anche qualcosa di nuovo. Tutto è tenuto sotto controllo, non vi sono guizzi di sceneggiatura o di messa in scena, i sentimenti dei personaggi sono tenuti a bada da scelte di scrittura pudiche che fanno si che si debba compiere uno sforzo  per capire quali siano le dinamiche e le pulsioni più recondite che serpeggiano tra di loro. Se Michael Haneke tiene fuori campo la violenza cosí da farla immaginare, rendendola quindi piú sadica, la Campion fa una cosa simile occultando il più possibile le psicologie dei caratteri e ponendo fine, tramite tagli di montaggio ed ellissi improvvise a tutte le azioni troppo esplicative, costringendo alla partecipazione attiva. “The power of the dog” è il film piú misterioso, ambiguo e complesso di Jane Campion, è privo dell’iperrealismo crudo di “Sweetie”, “Holy Smoke” e di “In the cut”, ma non possiede nemmeno quella forma e quei contenuti che rimandano ai grandi romanzi ottocenteschi di film come “Ritratto di signora” e il penultimo “Bright Star”. La Campion ha deciso di far deflagrare il suo cinema passato annientandone tutte le coordinate, disorientando i fans di vecchia data e rifuggendo da ogni forma di didascalismo. Sotto una serie di atti quotidiani, apparentemente privi di senso, a volte ripetitivi, selvaggi come i cowboy o educati come da consuetudine borghese, ribollono tematiche profondamente attuali, anche se il film è ambientato nel 1925. Argomenti come l’omofobia, l’omosessualitá castrata, il bullismo, la donna assoggettata al maschio ma anche scaltra conoscitrice della propria potenza, fanno si che il film sia un’opera spiazzante, sottilmente cruda e che non chiarisce le sue numerose ambiguitá. “Il potere del cane” azzera ogni forma di empatia con i personaggi, li tratteggia senza approfondirli, cosí da non renderli nè buoni, nè cattivi. I tipici dogmi del genere western che fanno scontrare in modo epico il bene e il male, i buoni contro i cattivi, vengono sovvertiti, non c’è il bene ed il male, ma ci sono solo un manipolo di persone che lottano per la sopravvivenza all’interno di un microcosmo froce e che compiono una costante danza tra la vita e la morte, la sottomissione e la sopraffazione, tutto in nome della salvezza.

VOTO: 7

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