ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“HOLY SPIDER” DI ALI ABBASI

Anno di produzione: 2022
Con: Zar Amir Ebrahimi, Mehdi Bajestani

IN NOME DI DIO.

2001, Mashhad (Iran), una serie di prostitute vengono assassinate col loro stesso velo perchè peccatrici. La polizia brancola nel buio, una giovane giornalista colpita dal caso deciderà di investigare rischiando la vita.
Abbasi immerge la sua macchina da presa nelle strade di una Mashhad squallida e notturna, dove un uomo fortemente religioso compie degli omicidi all’interno di una città sacra.
La notte metropolitana viene ripresa alla maniera di Michael Mann, l’iperrealismo si fa convulso, svariate brutture permeano quasi tutte le scene del film, il caso di cronaca nera che diventa un’ossessione per chi ha deciso di risolverlo rimanda a “Zodiac” di David Fincher e a “Memorie di un assassino” di Bong Joon-ho, anche se Abbasi è meno incisivo e il thriller messo in scena è risaputo perchè si ispira a modelli americani consolidati. Lo spettatore conosce sin dalle prime sequenze l’identità dell’omicida, la tensione è azzerata, il regista preferisce concentrarsi sulla brutalità di un universo maschilista e pregno di fanatismo religioso, dove persino la violenza più feroce viene giustificata se attuata in nome di dogmi religiosi folli e di un patriarcato dittatoriale che relega le donne ai margini della società.
Ad una prima parte convenzionale, ne segue un’altra che si fa spaccato sociopolitico dell’Iran, dove a sconvolgere e a scandalizzare non è la violenza degli omicidi ma il popolo iraniano che decide di difendere il serial killer santificandolo perchè ritenuto il purificatore delle strade della città. Il tutto culmina nello splendido e raggelante finale dove il figlio dell’assassino inscena un tutorial in cui mostra come il padre commetteva gli omicidi.
Se Luca Pacilli definisce “Collateral” di Mann una sinfonia notturna dedicata a Los Angeles, “Holy Spider” è un requiem notturno che come “Borders” (il precedente lungo di Abbasi) si occupa di persone che vivono ai bordi della società e che di conseguenza ne soffrono maggiormente le ingiustizie, in questo caso però sceglie il reale e non il surreale, perdendo quella capacità di governare i cambi di svariati registri. In “Borders” si narrava di strani esseri che prendevano coscienza di loro stessi, c’era un’indagine su un caso di pedofilia e svariati sprazzi fantasy che si tramutavano in metafora sociale. Era un oggetto filmico difficile da decifrare, “Holy Spider” rinuncia a tali bizzarrie ed è un’opera più lineare e rigorosa, scritta e girata con precisione millimetrica. Le componenti allegoriche che lo costellano (le prostitute sono considerate spazzatura e dopo essere state uccise vengono gettate tra i rifiuti…) sono abbastanza risapute. Notevolmente più interessante anche se non inedito, il discorso su di un femminino completamente schiacciato dal maschio, le donne rappresentate sono incapaci di raggiungere un riscatto sociale perchè immobilizzate in ruoli che le vedono solo subordinate agli uomini, essi hanno creato un tessuto sociale che è una specie di ragnatela che le stritola.

“Non sono un uccello; e non c’è rete che possa intrappolarmi: sono una creatura umana libera, con una libera volontà” (Charlotte Brontë)

VOTO: 6.5

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *