“GRETA” DI NEIL JORDAN
Anno:2018
Con: Isabelle Huppert, Cholë Grace Moretz
Mai con una sconosciuta
Frances è una giovane cameriera che fa fatica a rielaborare il lutto per la morte della madre. Una sera nella metro di New York trova una borsa con un indirizzo. Recatasi a quel domicilio conoscerà Greta, la proprietaria della borsetta. Il loro rapporto diverrà ben presto altro da una semplice amicizia. Neil Jordan ha già affrontato il genere thriller in svariati film, in “Greta” si rifà ai gialli made in USA degli anni ’90, opere come “Uno sconosciuto alla porta” di Schlesinger, “Inserzione pericolosa” di Schroeder, “Mai con uno sconosciuto” di Hall. La storia di due donne che si portano dietro svariati traumi psicologici poteva essere sviluppata alla maniera di Ingmar Bergman (“Persona”) o di Fassbinder (“Le lacrime amare di Petra Von Kant”), ma Jordan è più interessato al “genere” e a punteggiate il film con trovate pregne di black humor. “Greta” si regge soprattutto su di un susseguirsi di colpi di scena molto ben distribuiti, alcuni sorprendenti ed altri più risaputi,e sulle interpretazioni della Huppert e della Moretz. Il lavoro compiuto sul personaggio della Huppert è interessante nell’essere la summa di svariati altri caratteri interpretati dall’attrice. È una psicopatica come in “Il buio nella mente” di Claude Chabrol, suona il piano come in “La pianista” di Haneke ed è elegante e gelida come in “Elle” di Paul Verhoeven. La giovane Chloë Grace Moretz ha il volto da eterna bambina perfetto per evidenziare la paura che la pervade e la sottomissione coatta a Greta. Il regista islandese ha costruito un thriller puro con almeno tre grandi momenti a livello di regia, montaggio e costruzione della tensione. Il primo momento è un inseguimento tutto giocato su un montaggio alternato dal ritmo furente, il secondo contiene un doppio sogno di Frances che gioca coi nervi dello spettatore e che rimanda a “Il seme della follia” di John Carpenter, e il terzo è l’inquadratura finale che lascia in sospeso l’intero film. “Greta” affronta il tema dello stalking con maggiore classe rispetto ad “Unsane” di Steven Soderbergh e possiede stoccate alla legge americana proprio in merito allo stalking.
La filmografia di Neil Jordan potrebbe essere divisa in due filoni: quello delle opere fantasy e quello delle non fantasy. “Greta” come “Mona Lisa” e “Fine di una storia” fa parte del filone non fantasy, quello degli amori impossibili. Del resto quello che Greta prova per Frances è un amore materno impossibile. La villain della Huppert non è bidimensionale, Jordan non è interessato alla banalità del male (come invece lo è Dario Argento in “Occhiali neri”), ma vuole portare lo spettatore alle origini delle problematiche mentali del personaggio. La donna ha perso un marito e una figlia, è sola in un paese straniero, la solitudine amplifica, rafforza e moltiplica le sue ossessioni.
Godibile e con un messaggio finale ironicamente poco incline all’altruismo: se mai un giorno dovessimo trovare una borsetta piena di soldi faremmo bene a tenerci sia la borsa che il denaro, il rischio di essere puniti per la nostra generosità potrebbe esserci fatale, la proprietaria potrebbe essere una psicopatica.
Guilty pleasure.
VOTO: 6
