ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“ELLE” DI PAUL VERHOEVEN

Anno: 2016
Con: Isabelle Huppert, Laurent Lafitte, Virgine Efira, Anne Consigny

“È lei.
È da lei che bisognerebbe rimanere lontani, quasi a voler avere cura di sé stessi.
Perché di una come lei non ci si innamora: ci si ammala”.

Michèle è la lei del titolo, è una donna matura a capo di una società che realizza videogiochi iper violenti indirizzati ad un pubblico di giovani maschi segaioli.
Ha un figlio che sfiora il ritardo mentale, un’acidissima nuora, una migliore amica, un amante che è proprio il marito della sua amica, una madre naif ed erotomane, un padre in carcere, un ex marito del quale è ancora gelosa, una coppia di vicini cattolici, un gatto ed uno stupratore.
Michèle è una donna ma il suo nome si pronuncia come Michel, nome maschile.
Dentro di lei convivono il peggio dell’uomo e quello della donna eppure è impossibile non amare questa specie di replicante in carne, ossa, sangue e ferite dell’anima che vengono da un passato brutale che l’ha resa un essere inumano in grado di non farsi schiacciare da niente e nessuno, nemmeno da una violenza sessuale.
Schermo nero, rumore di cocci frantumati, grida di dolore e piacere, primo piano di un gatto che guarda la scena, quel gatto è lo sguardo bestiale della macchina da presa, la dichiarazione d’intenti di Paul Verhoeven che ci fa capire che la visione della storia sarà frontale e priva di censure.
Michèle è appena stata stuprata in casa sua da un uomo incappucciato, con la vagina insanguinata si rialza da terra, fa ordine, si immerge nella vasca da bagno e continua imperterrita ad occuparsi della sua quotidianità.
Non rimuove nulla ma non si rivolge alla polizia e decide di avviare da sola le indagini per scoprire chi l’ha stuprata.
La sete di vendetta si trasformerà ben presto nella voglia di avere nuovi rapporti sessuali proprio con il suo carnefice, soprattutto dopo averne scoperto l’identità.
Intorno a lei si muovono una manciata di sciocchi borghesi con i quali Michèle interagisce usando il disprezzo, il sesso, il cinismo e pur facendo parte della medesima classe sociale ne è l’angelo sterminatore, il virus che mina da dentro un microcosmo ripiegato su se stesso.
È un cinema di corpi quello di Verhoeven, di carni e fluidi corporei, di sangue e sperma, di possenti uomini robot (“Robocop”), di lunghe gambe che accavallandosi mostrano l’organo genitale femminile (“Basic Instinct”), di tette e culi nudi che si agitano in sfrenate danze (“Showgirls”), in “Elle” c’è il corpo non più giovane di Isabelle Huppert che nonostante sia lontano dai canoni estetici stereotipati della società contemporanea viene bramato da uomini, donne, giovani e vecchi fino ad essere abusato.
Verhoeven lo tortura e la Huppert con un’interpretazione gigante lo nobilita facendone il mezzo attraverso il quale dirigere i giochi.
“Elle” è un prolungato sberleffo sociologico che piscia addosso all’istituzione familiare, alla religione ( Michèle che si masturba spiando i vicini cattolici che allestiscono in giardino il presepe), alle forze dell’ordine; è la versione punk de “La pianista” di Michael Haneke, un jeu de massacre spietato e divertente, un anarchico kamikaze di generi cinematografici: inizia come un film drammatico per poi diventare una commedia che a sua volta si trasforma in un thriller erotico, poi in un revenge movie, ma che alla fine è tutto e il contrario di tutto.
Un giocattolo geniale che ha il compito di deludere ogni preconcetto sul cinema, sulla vita, sulla donna, sul mondo.

Voto: 10

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