ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“È STATA LA MANO DI DIO” DI PAOLO SORRENTINO

Anno: 2021
Con: Filippo Scotti, Teresa Saponangelo, Toni Servillo, Luisa Ranieri, Massimiliano Gallo, Renato Carpentieri, Enzo Decaro

Napoli, Maradona, Fellini, l’universo di Sorrentino torna in “È stata la mano di Dio” ma in una forma nuova, più semplice, meno nichilista, priva dei suoi famigerati monologhi aforismatici, c’è solo l’emozione pura e potente, persino ricattatoria.
Nella città partenopea degli anni ’80 un giovane ragazzo vive spensierato in quella che sembra essere una famiglia perfetta. L’improvvisa morte dei genitori lo getterà in un profondo pozzo di dolore, spingendolo a fare cinema per sfuggire da una realtà che non gli piace più.
In “È stata la mano di Dio” non ci sono più gli uomini malinconici, potenti e depressi che popolavano il cinema passato di Sorrentino, quest’ultimo non è più interessato a descrivere un mondo sospeso pieno di personaggi che devono fare i conti con il Potere (“Il divo”, “The Young Pope”, “Loro”, “The New Pope”), con la vecchiaia ed il fine vita (“Youth-La giovinezza”), con l’amore platonico (“Le conseguenze dell’amore”), con le conseguenze dell’amore (“L’amico di famiglia”) e per la prima volta descrive persone e non personaggi; la fragilità umana caratterizza anche questa sua ultima fatica, ma lo sguardo è benevolo, non vi è cinismo. Un Sorrentino nuovo, dolcemente e realisticamente poetico, che a tratti commuove, ma che in alcuni momenti non riesce a rifuggire da ingenui patetismi. Figlia del cinema di Elio Petri, l’opera sorrentiniana è stata sempre complessa, pregna di livelli interpretativi differenti, a tratti metafisica, ipnotica, lirica, artefatta e divisiva; film che non lasciavano indifferenti, con quella sfrontata voglia di descrivere in modo critico l’uomo contemporaneo. Non vi è traccia di tutto questo in “È stata la mano di Dio” che invece non va sul sottile nel toccare l’emotività degli spettatori, facendo leva su tutta una serie di emozioni di facile presa. Il feroce vuoto relazionale che serpeggiava nei lungometraggi del regista napoletano ha lasciato spazio alla fratellanza e alla solidarietá umana, rimane intatto il suo meraviglioso senso dei luoghi degno del miglior Dario Argento e di Luca Guadagnino. Napoli ad esempio non è ripresa in maniera cartolinesca, il paesaggio fa perfettamente da contraltare ai turbamenti dei personaggi. Non stupisce che gli anti sorrentiniani abbiano amato “È stata la mano di Dio” mentre i sorrentiniani meno. I detrattori di vecchia data l’hanno apprezzato perchè ha poco del Sorrentino che odiano e molto di quello che il pubblico medio vuole dal cinema: qualcosa di emozionante, facilmente decodificabile, che faccia scattare in loro l’identificazione con i personaggi e le situazioni che quest’ultimi vivono. Sorprende che un autore con una cifra stilistica potente, riconoscile ed anche imitata, basta vedere la regia di Ruben Östlund in “The Square”,  abbia omaggiato Luca Guadagnino ed il suo meraviglioso “Chiamami col tuo nome” ; i finali delle due opere sono molto simili, cosí come l’estetica di Filippo Scotti ricorda quella di Timothée Chalamet nel film di Guadagnino. Banale la scelta del brano di Pino Daniele per i titoli di coda. Piacerá agli americani perchè in più di un passaggio descrive noi italiani esattamente come da stereotipo: grassi, comici, appassionati di cibo e con famiglie numerose e folcloristiche.
Splendidamente scritto ed intensamente interpretato da Luisa Ranieri il personaggio di Patrizia, la zia bellissima e depressa del protagonista, suo sogno erotico e musa ispiratrice.

VOTO: 6

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *