“DO NOT EXPECT TOO MUCH FROM THE END OF THE WORLD” DI RADU JUDE
Anno di produzione: 2022
Con: Ilinca Manolache, Nina Hoss
Angela vive a Bucarest, si sveglia all’alba e ha davanti a sé più di 17 ore di lavoro. Collabora con una multinazionale austriaca, deve reclutare infortunati sul lavoro per un video che incentivi proprio la sicurezza sul lavoro. Passa quasi tutto il suo tempo imbottigliata nel traffico di una città che sembra un incubo suburbano. Alla sua vicenda si alterna quella di un’altra Angela. Una donna che svolgeva la professione di autista di taxi nella Romania di Ceausescu. In questo caso Jude usa sequenze di un film esistente del 1981 diretto da Lucian Bratu.
“Do not expect too much from the end of the world” è un caleidoscopio incandescente di situazioni, orrori quotidiani, musica rap e techno, formati differenti, cinema, tik tok, manipolazioni delle immagini…Suddiviso in due capitoli mette al centro della narrazione la donna e il mondo del lavoro. Passa magistralmente dalla descrizione dell’attuale Romania, ormai assoggettata al potere capitalista, a quella sotto la dittatura comunista degli anni ottanta. L’ Angela moderna vive in un mondo in bianco e nero, viene costantemente aggredita verbalmente dai maschi, non è protetta dai sindacati, è frustrata ed ha interiorizzato il maschilismo imperante. Gira infatti video con un linguaggio turpe in cui interpreta, trasformata dai filtri, il suo alter ego maschile. Ovviamente il boom di visualizzazioni è assicurato. L’ Angela antica vive in una dolce Bucarest a colori, il traffico è meno invasivo così come gli uomini e riesce con tranquillità a svolgere il suo lavoro.
Jude realizza qualcosa di originale che non cita nessun altro film (cosa rarissima nell’attuale cinema mondiale). La sua prorompente carica anarchica è palese, viene fatta a brandelli la classica grammatica cinematografica, un’opera che vive e si nutre di dicotomie visive e contenutistiche. Ieri e oggi, si stava meglio quando si stava peggio? Forse…La Russia innominabile, l’utopia del sogno americano, la società dello spettacolo che crea una realtà alternativa (discorso presente anche nel secondo Joker di Phillips), l’abuso edilizio che non rispetta nemmeno i cimiteri e quindi i morti, il sistema lavoro che obbliga ad essere iper attivi, multitasking, inarrestabili, bisogna produrre, produrre, produrre, produrre, produrre, produrre, produrre, produrre, produrre…I più potenti, si parla ovviamente di potere economico, accusano i più deboli della loro stessa debolezza. Li vorrebbero rivoluzionari ma non consentono loro di esserlo.
Se Karl Marx vedeva il lavoratore come il soggetto attivo della produzione, così da essere il protagonista della trasformazione della società e tale discorso era messo in discussione dell’avvento dei macchinari, il film ci spiattella in faccia con forte carica nichilista l’annientamento psico-fisico del lavoratore medio, la cui funzione di soggetto attivo della produzione non viene tutelata, lui stesso diviene l’automa che in passato si aveva paura potesse sostituirlo.
Divertente, feroce, tecnicamente radicale, apparentemente confusionario, in realtà omogeneo.
“Do not expect too much from the end of the world” è l’assenza di futuro dell’umanità. Non possiamo più nemmeno sperare che tutto finisca tramite la fine del pianeta, la fine è quella che viviamo quotidianamente, non è romantica come quella del “Melancholia” di Von Trier, è ipocrita e subdola.
L’essere umano è vittima e carnefice, fa parte di un ingranaggio errabondo eppure normalizzato.
Rutti, peti, linguaggio triviale, povertà, razzismo (i rumeni sono vittime di razzismo e a loro volta sono molto razzisti), macchine, smog, rumore, case popolari, maschilismo, distaccamento dal reale, morti…2024 anni di evoluzione buttati nel cesso.
Alla fine c’è solo da vedere, qui. C’è solo da comprendere.
VOTO: 9
