“BUGONIA” DI YORGOS LANTHIMOS
Anno di produzione: 2024
Con: Jesse Plemons, Emma Stone, Alicia Silverstone
Credere agli extraterrestri è da pazzi?
Teddy convince il cugino Don che Michelle Fuller, CEO di una multinazionale per cui lavora, è un alieno mandato sulla terra per distruggerla.
Tramite un montaggio parallelo vediamo le dimore e le vite dei personaggi principali. Le loro differenze sociali ed economiche ci vengono palesate nel modo più didascalico possibile. Teddy e Don sono due disadattati, il rango più basso del sistema capitalista di cui Michelle è all’apice. Sporchi, brutti e deliranti i primi, elegante, iperorganizzata ed esteticamente curata la seconda (ma i suoi discorsi di finta inclusività lavorativa non sono forse anch’essi un delirio?). Man mano che la narrazione procede, a tratti in maniera prevedibile, “Bugonia” diviene una politicissima opera dall’impianto teatrale: una stanza e tre personaggi che si sfidano verbalmente e fisicamente, come quelli di “La morte e la fanciulla” di Roman Polanski. Gli scontri linguistici tra Teddy e Michelle sono la rappresentazione di molti rapporti umani nella nostra attuale società, lavorativa e non solo. Sadici giochi manipolatori dove Michelle, anche se in una situazione surreale e pericolosa, continua a mettere in pratica quello che molte aziende fanno finta di fare con i loro dipendenti, attua cioè la tecnica ACT (accogliere, comprendere, trattare). Accoglie con calma le accuse di Teddy, finge di comprenderle e le tratta con tranquillità. Teddy non ha i suoi medesimi strumenti culturali, o forse ancora non ha subito la stessa spersonalizzazione, l’unico modo che ha per difendersi è la violenza fisica. Teddy è un rivoluzionario marxista, Michelle è il grande capo da abbattere, colei che crede di poter rimediare a ogni nefandezza compiuta tramite il dio denaro.
“Bugonia” non si limita a mettere in scena una potente metafora del mondo del lavoro moderno e delle dinamiche tra “padroni” e “schiavi”, ma complica le cose dando tridimensionalità alle psicologie dei personaggi, gli fa indossare delle maschere per poi fargliele cadere e fargliene indossare altre. Teddy sembra uscito dal film “Scemo e più scemo” ma in realtà detiene la verità, Michelle è odiosa ma anche molto lucida, soprattutto nel monologo in cui parla dell’autodistruzione dell’umanità.
“Bugonia” è il controcampo del primo episodio del bellissimo “Kinds of kindness”, lì si parlava di servitù volontaria, qui il personaggio di Plemons rifiuta la schiavitù.
Tra riferimenti mitologici, una soundtrack perfora timpani, carrellate vorticose, attori che stanno al gioco, omaggi a Kubrick (il personaggio di Don e il modo in cui si uccide ricorda Palla di lardo di “Full metal jacket”), Lanthimos continua attraverso un’autorialità ormai consolidata a descrivere un’umanità governata dalla manipolazione, dove la vita professionale contamina senza sosta quella privata. Il mondo è uno spazio desertico e arido, all’interno di esso si stagliano solo le abitazioni di Teddy e Michelle e gli uffici dove quest’ultima lavora. Architetture come spazi mentali e come veri e propri personaggi. Non c’è antagonismo tra uomo e donna in “Bugonia”, ma c’è esclusivamente quello di classe. Le belle parole di chi è ai vertici e si spaccia per equo e comprensivo schiacciano in realtà il lavoratore medio in una catena passivo-aggressivo deflagrante. L’umanità è al collasso, e la colpa è degli umani stessi, ma come il titolo del film ci suggerisce, dopo la fine dell’uomo è probabile avvenga un nuovo processo di rigenerazione dove dopo la morte avviene la nascita di una società ordinata.
Neorealismo fantascientifico, distopia realista.
VOTO: 8.5
