ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“BEAU HA PAURA” DI ARI ASTER

Anno di produzione: 2023
Con: Joaquin Phoenix, Patti Lupone, Parker Posey

Beau è un uomo di mezza età affetto da paranoia, vive in uno squallido appartamento, vede regolarmente uno psichiatra, le sue paure lo divorano. Un giorno dovrà partire per un’altra città per andare a trovare Mona, sua madre. Il viaggio si trasformerà in un’odissea allucinata tra Omero, Kafka e Freud.

IL CAOS REGNA

Ansia, apprensione, paura, angoscia, manie di persecuzione, Beau vive in una condizione psicotica in cui elabora in modo lucido e sistematico un sistema di ideazioni e credenze incentrate sulla convinzione patologica di essere perseguitato o essere sottoposto ad una minaccia concreta. Fuori dal suo appartamento regna il caos, ma anche tra le quattro mura della sua abitazione. Il rumore tra le strade è assordante, un vicino di casa lo perseguita accusandolo di ascoltare la musica a volume troppo alto, ma Beau non ascolta la musica. La sua tranquillità è minacciata anche da un velenoso ragno che si aggira indisturbato nella sua casa.
L’artista francese Louis Bourgeois si occupò attraverso le sue opere di approfondire temi come la sessualità, la famiglia e la solitudine, rappresentando immagini del membro maschile e inneggiando il concetto di maternità attraverso abnormi sculture a forma di ragno. L’opera della Bourgeois vuole trasmettere l’idea della maternità assoluta, che protegge ma che soffoca la prole. La genitrice di Beau è fondamentale per comprendere le turbe psichiche dell’uomo.
La prima parte del film è una colossale discesa negli inferi nella psiche del protagonista, dove tutto viene percepito come minaccia, “percepito” perchè quasi ogni avvenimento è fortemente ancorato alla sensazione soggettiva da parte di Beau delle persone che lo circondano.

NEL MEZZO DEL CAMMIN DI NOSTRA VITA MI RITROVAI PER UNA SELVA OSCURA CHE LA DIRITTA VIA ERA SMARRITA

Il terzo lungometraggio di Ari Aster può essere suddiviso in quattro atti. Nel primo ci viene fornito un quadro generale di Beau, utile a comprenderne l’esistenza. Nel secondo le cose si complicano maggiormente e il viaggio dalla casa di Beau a quella di Mona si tramuta in un incubo sul concetto di rappresentazione, proiezione psichica, fantasia e realtà.
Descrivendo un meccanismo di difesa, tipico di chi vive una proiezione psichica, Aster prende per mano il suo personaggio e mettendolo di fronte ad una rappresentazione teatrale gli fa assistere a quella che sarebbe potuta essere la sua vita. Proiettare le proprie paure, la colpa e la rabbia su altri, uscendo da sè, non fa altro che generare ulteriori emozioni negative, enfatizzando i tratti negativi della propria personalità. Anche nella sua immaginazione e all’interno del subconscio Beau ha una vita problematica.
In questo segmento del film il regista americano sfoga le sue capacità registiche, piegando la tecnica cinematografica alle visioni del protagonista, creando scenografie in stop motion dai colori sgargianti che rimandano a “Il mago di Oz” di Fleming.

MADRE PADRONA

Dopo un interminabile e ridondante trip dentro la sua mente e nei meandri della natura selvaggia, Beau approda all’ultimo atto del film, quello che lo vede faccia a faccia con la sua più grande paura: la madre. Mona è la rappresentazione in carne ed ossa del ragno che vediamo ad inizio film, è una manager miliardaria, autoritaria e castrante. Le sue angosce, i suoi limiti caratteriali, la ferrea e anaffettiva educazione che ha ricevuto si sono riversate sul figlio in una specie di ereditarietà del male.
Ari Aster non descrive la solita figura del padre padrone ma si concentra su Mona, una madre che ha occupato tutti gli spazi lasciati liberi dall’altra figura genitoriale, che ha vissuto totalmente dedita al figlio così da renderlo fragile e immaturo, spesso Beau si comporta come un bambino nonostante abbia superato i quarant’anni. Magistrale la descrizione della figura della madre padrona. Essa è pericolosa perchè la tenerezza della sua dedizione incondizionata ne occulta il potere. Cambia il padrone (non più il padre), ma non è cambiata la dinamica della sopraffazione. Mona applica il plusmaterno debordante, il mito della genitorialità si moltiplica implacabile: dalla mistica del parto, che in realtà è il primo vero trauma che un essere umano vive, sino al dormire nello stesso letto.
Beau ha sempre vissuto incastrato tra due sindromi fatali, quella di Stendhal (l’ammirazione per un’opera d’arte, la madre, che fa stare male) e quella di Stoccolma (la dipendenza psichica della vittima dal suo aguzzino, sempre la madre). Ce la farà Beau a sopravvivere a tutto questo?

Un film mastodontico in tutti i sensi, dalla durata alle tematiche affrontate. Un tour de force che si muove tra svariati generi cinematografici e che non ha paura di mostrare il non mostrabile e di scadere nel trash.
“Un film deve essere come un sassolino in una scarpa” ha detto Lars Von Trier, e “Beau ha paura” è un macigno in una scarpa.

VOTO: 9

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