“BACKROOMS” DI KANE PARSONS
Anno: 2026
Con: Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve
Clark ha un’ex moglie che lo ha cacciato di casa. Ha difficoltà ad assumersi le proprie responsabilità ed è frustrato perchè non è riuscito a diventare un architetto. Senza più una casa vive nel negozio di arredamenti in cui lavora. Mary è la sua psicoterapeuta. La donna ha un’infanzia complessa a causa di una madre paranoica che la teneva isolata dal resto del mondo. Clark sparirà in un infinito spazio liminale dietro il suo negozio. Mary andrà a cercarlo trovandosi anche lei intrappolata nel medesimo luogo.
Pareti gialle, moquette gialla, il ronzio delle luci al neon, inquietanti rumori di passi, mobili accatastati, radio che trasmettono vecchi programmi…le backrooms sono spazi che assomigliano a gigantesche istallazioni di arte contemporanea. Luoghi di passaggio, vuoti, inquietanti, che si ripetono tutti uguali e all’infinito. Matrioske architettoniche che si fanno materializzazioni scenografiche delle distorsioni psichiche del protagonista.
“Il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”
(Sigmund Freud, “Il perturbante” )
Il corridoio di un hotel, l’androne di un palazzo, la sala d’attesa di uno studio medico o di un ospedale…sono appunto luoghi familiari, che ogni essere umano ha attraversato più volte nell’arco della sua vita. Essi possono diventare inquietanti perchè deserti, privi di vita e di stimoli positivi. Spazi asettici, di passaggio. Il perturbamento nasce quando, anche in uno spazio fisico, si uniscono caratteristiche di estraneità e familiarità in una sorta di doppiezza affettiva. Se tali luoghi sono poi deformati dalla psiche problematica di chi li occupa, il disturbante è potente.
Secondo Freud la ripetizione (come quella delle backrooms) può divenire perturbante perchè fa scaturire ricordi negativi legati all’età infantile: Mary ha avuto un’infanzia problematica e probabilmente anche Clark.
Dal punto di vista sociologico, invece, le ripetizioni comportamentali sono fondamentali per creare ordine. Le azioni reiterate nel tempo generano le norme sociali. Nell’attuale società la ripetitività che mettiamo in atto è per lo più negativa. Consumiamo cibo, oggetti, vestiti, sesso…, pubblichiamo quasi sempre i medesimi contenuti sui social, andiamo a lavoro compiendo sempre lo stesso tragitto. La ripetitività del quotidiano si fa horror, ingabbia, rende la nostra mente una trappola pericolosa.
Nella sequenza in cui Parsons cita il capolavoro “Non aprite quella porta” di Tobe Hooper, assistiamo ad uno strano atto di cannibalismo visto come un’allegoria culturale. Clark divora pezzi di un uomo. Viene inscenata così la società che usa e consuma le relazioni umane: il protagonista non si assume la responsabilità del suo fallimento, scarica la colpa esclusivamente sugli altri.
Regia vorticosa, scenografie stupefacenti, sound design portentoso, interpretazioni credibili.
Un horror escheriano che esplora i limiti della percezione umana, la ciclicità della vita, il concetto di infinito e il legame tra mente e realtà.
VOTO: 8.5
