ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“APRIL” DI DEA KULUMBEGASHVILI

Anno di produzione: 2023
Con: Ia Sukhit’ashvili

Nina è una ginecologa georgiana, pratica aborti clandestini. Ha deciso di rimanere sentimentalmente sola e di praticare sesso occasionale. È anche al centro di un’inchiesta dopo la morte di un neonato avvenuta dopo il parto.
Una creatura antropomorfa ansima circondata dal nero, cammina a stento sino a venire risucchiata dal buio circostante. Quell’essere mostruoso è la protagonista del film. Se un mostro è un corpo spaventoso perché fuori controllo, una donna mostruosa è una donna libera dal controllo dell’uomo. Nina tenta di liberarsi dal patriarcato, non vuole un compagno, pratica sesso con degli sconosciuti, esercita l’aborto su giovani donne costrette a subire abusi dai maschi, la sua è una missione che si fa percorso cristologico. Nina è una moderna Giovanna D’Arco, come lei è sola nella sua battaglia, la solitudine è l’unica condizione esistenziale a rendere liberi. Ma Nina è veramente libera? L’uomo è sempre lì, pronto ad agire sul corpo femminile e sulla sua psiche. Quella creatura deforme non è lei stessa? Non è la materializzazione feroce del suo senso di colpa? Non è il frutto delle brutture e storture alle quali la donna deve sottostare perché vittima di una società patriarcale? Quel mostro potrebbe essere il Super Io di Nina, è l’insieme dei modelli comportamentali delle donne (non ritenuti accettabili), è il censore impietoso che giudica i suoi atti e i suoi desideri. È lui ad aver trasformato la protagonista in un mostruoso ammasso di carne cadente, privo di organi genitali (la negazione del femminino), di occhi e bocca (la negazione del poter parlare ad esprimere la propria opinione). Nina è la decostruzione del ruolo di figlia (non sappiamo nulla dei suoi genitori), di moglie (è single), di madre (non solo lei non lo è ma aiuta anche altre donne a non esserlo).
“April” è una vera e propria genealogia dell’orrore, una vivisezione dei modi in cui la donna è demonizzata.
L’opera seconda della regista tenta di portare alla luce la forza femminile che annienta i dogmi sociali e comportamentali che vogliono contenerla e occultarla. Ma Nina riesce fino in fondo a farsi la portatrice di tale rivoluzione?
La percezione delle donne come creature spaventose nasce dalla paura che la loro natura non conforme al modello comportamentale dell’uomo le renda non umane.
Le madri del film, sono tutte rappresentazioni esplicite del corpo che viene attraversato, abusato e deformato per generare. Per la regista il parto può essere un atto orrorifico soprattutto se non desiderato.
L’egemonia culturale e morale del patriarcato relega le donne al ruolo di madri, di angeli del focolare, anche se quel focolare è una baracca circondata dal fango all’interno della quale si pratica l’abuso. Ogni elemento di rivolta a codesta struttura dittatoriale porta a galla l’illusorietà di un determinato tipo di società che ci è stato imposto da secoli.
Lunghe inquadrature fisse sulla natura che è pericolosa, accogliente, buia, luminosa, dicotomica. Natura: sostantivo femminile. Essa è come la donna, una forza vitale in grado di mantenere la specie tramite la riproduzione. Tale potenza ancestrale deve essere però una libera scelta.
Soggettive, piani sequenza, camera fissa lievemente instabile, la visione esplicita alternata all’occultamento delle immagini, scenografie scarne, largo l’utilizzo del campo lungo e lunghissimo, il sonoro caratterizzato da lamenti, sospiri, respiri affannati si fa incubo uditivo.
Cinema radicale, sociologico, politico, metaforico e artistico.
Un film sui rapporti di potere che scaturiscono dal patriarcato, dove le donne sono degli strumenti necessari a mantenere in vita la struttura di potere esistente. Tale patriarcato andrebbe abortito, è lui che genera creature femminili mutanti, ripugnanti, distorte.

VOTO: 10

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