ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“AMERICA LATINA” DI FABIO E DAMIANO D’INNOCENZO

Anno: 2021
Con: Elio Germano, Astrid Casali, Massimo Wertmüller, Maurizio Lastrico

L’INCUBO PSICOANALITICO DI FABIO E DAMIANO D’INNOCENZO

Massimo Sisti vive a Latina (Lazio), è sposato ed ha due figlie. La sua vita scorre tranquilla tra il lavoro di dentista, la famiglia e le sporadiche uscite con il migliore amico. Un banale avvenimento in casa lo costringerà a scendere in cantina dove fará una sconvolgente scoperta che scatenerà in lui una decostruzione psichica fatta di sospetto, paura, paranoia, panico ed ossessione.

Massimo ha una villetta di proprietá a Latina.
Massimo ha un lavoro ottimamente retribuito.
Massimo ha una moglie angelica e dolce.
Massimo ha due figlie amorevoli.
Massimo ha un migliore amico.
Massimo ha tre cani affettuosi.
Massimo ha trovato l’America a Latina.
Ma la sua vita è reale?

L’opus numero tre dei fratelli D’Innocenzo è la presa di posizione estrema dei registi che rivendicano il diritto all’allucinazione scaraventando verso gli spettatori un film delirante, criptico, oscuro, sfuggente. Dopo la sapiente descrizione di tutta una serie di sicurezze borghesi (il lavoro, la famiglia, la casa), il film fa a brandelli quella che per la societá occidentale è la normalità, mettendo in discussione il patriarcato, l’istituzione familiare e l’odierno concetto di benessere mentale ed economico, per poi farci sprofondare nella mente di un uomo fragile, psicotico, segnato da un padre anaffettivo e da una vita triste che gli farà desiderare una normalità borghese. Novanta minuti di astrazione, panico e caos che distruggono l’ordine prestabilito. Gli interni della villa del protagonista si fanno spazio mentale, vengono ripresi quasi sempre dal basso verso l’alto, numerose sono le superfici che riflettono e sdoppiano l’immagine di Massimo, chiara allegoria della sua doppiezza psichica. Il ritratto di un uomo che soffoca in un’oscurità fitta è solido ed inquietante, i D’Innocenzo fanno pronunciare parole poco chiare ad Elio Germano, tutto è funzionale a narrare l’indeterminatezza del personaggio. La forma illustrativa è chiara perchè di immediata comprensione, ma “America Latina” sceglie la forma non illustrativa che passa prima per la sensazione per poi lentamente riportare alla realtá. Come il pittore Francis Bacon faceva con le sue opere, anche i registi romani vogliono evitare che visionando il loro film sia palese un racconto narrato in modo lineare. Guardando “America Latina” si ha sempre la sensazione che manchi un pezzo, una piccola scena chiarificatrice, il cinema di David Lynch sembra impossessarsi e stuprare ogni sequenza. L’uso del sonoro è magistrale nel creare senza pietá un senso di minaccia costante, la fotografia opaca gioca senza sosta tra la messa a fuoco ed il fuori fuoco che ingabbia Germano all’interno di un’atmosfera ossessiva e paranoica. Tutto il filmico è funzionale alla narrazione, nulla in questo film è gratuito o messo lí per caso. Fabio e Damiano D’Innocenzo lasciano che gli spettatori si perdano dentro quel folle labirinto che è il loro lungometraggio e lo fanno con coraggio, non sprovvisti però di una palese e colta conoscenza del pensiero junghiano. “America Latina” rimanda infatti al concetto di Anima e Animus caro a Jung. Come scrive Cristina Bisi in “L’ABC del pensiero junghiano” l’individuazione ha come meta lo sviluppo della nostra più autentica personalità; divenire chi veramente siamo, differenziandoci dagli altri se pur rimanendone in rapporto. Il processo individuativo è un processo autonomo che si sviluppa attraverso un confronto sia con il mondo esterno che con il nostro mondo interno, il mondo degli archetipi. Nel processo individuativo la prima tappa consiste nel prendere coscienza dell’Ombra, il nostro lato oscuro, ma di egual sesso, la seconda è prendere coscienza dell’immagine dell’anima attraverso la quale scopriamo l’elemento eterosessuale della nostra psiche. Jung adottò i termini Anima e Animus per indicare le immagini dell’anima corrispondenti alla controparte sessuale di ogni individuo. La mente di Massimo non è cosciente dell’oscurità, l’Anima cioè l’immagine femminile presente nell’uomo, viene materializzata dal protagonista nelle figure femminili del film, che peró lo divoreranno evidenziandone il senso di inadeguatezza e la fragilità psichica, portando a galla in lui tutta una serie di dolori, castrazioni e desideri non realizzati. Massimo non ha mai preso coscienza della sua Anima e viene quindi dominato e manipolato da essa. La poca chiarezza, il rifiuto stoico di ogni forma di didascalismo, la plausibilità e le spiegazioni rassicuranti che i D’Innocenzo rifuggono per buona parte del film purtroppo vengono meno in un finale troppo esplicativo ( il finale nella versione presentata alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2021 era sospeso), ma il coraggio dimostrato nel resto del lungometraggio fa si che la conclusione rappresenti un piccolo difetto quasi trascurabile. Friederich Nietzche scrisse: “Se guarderai a lungo nell’abisso, l’abisso guarderà dentro di te”, “America Latina” è l’abisso che noi spettatori guardiamo per un’ora e trenta minuti e a fine visione e per giorni quell’abisso guarderà dentro di noi.

LE STRADE PERDUTE DEI FRATELLI D’INNOCENZO

Voto: 9

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