“ALPHA” DI JULIA DUCOURNAU
Anno di produzione: 2024
Con: Golshifteh Farahani, Tahar Rahim, Mélissa Boros
Anni ottanta, una tredicenne di origine berbera dopo una festa a base di alcool e droghe si ritrova con una “A” tatuata sul braccio. Tale evento scatenerà una violenta paranoia nella madre. La donna ha paura che la figlia possa aver contratto un virus che si trasmette tramite il sangue e i rapporti sessuali. Le persone contagiate prima subiscono un processo di pietrificaziine fisica e poi muoiono.
La morte, la rielaborazione del lutto, la razionalità e l’irrazionalità, la scienza e le credenze popolari, i legami famigliari…sono queste le tematiche che si agitano in un film strutturato su due piani temporali diversi e che seppur ancorato ad un registro realista è costantemente squarciato da lampi onirici. La Ducournau mette in scena tematiche importanti con una regia più in sottrazione rispetto al precedente “Titane”. Pochi i campi totali, la macchina da presa si muove per lo più in spazi angusti, tanti i primi piani, anche il commento musicale è meno potente rispetto al passato. “Alpha” è più vicino a “Raw” che a “Titane”. Come “Raw” è un coming of age anomalo. Se nel primo film era la protagonista a ripugnare principalmente se stessa e a vivere in maniera problematica la sua natura sessuata e cannibale, in “Alpha” il personaggio principale è più condizionato dal sociale e dalle paure indotte dalla madre.
L’idea del virus letale proviene direttamente dalla biografia della regista che negli anni novanta sviluppò una vera e propria ipocondria sul possibile contagio dell’HIV.
Se “Titane” era un film contro l’ordine, “Alpha” pur con la già citata confusione temporale, procede in maniera più lineare. C’è il naturalismo alla Kechiche che viene però insudiciato dalla paura che fa crollare ogni sicurezza e ritualità piccolo borghese e c’è la comprovata capacità della regista di essere ferocemente romantica, con il suo continuare a narrare del bisogno ancestrale dei personaggi di un nucleo famigliare. C’è, come in tanto cinema mondiale, il concetto di Eros e Thanatos, qui rappresentato da una ragazza che ancora non ha scoperto il sesso e lo fa in un momento storico in cui potrebbe essere letale. Ogni fotogramma del film è pervaso dalla morte e al tempo stesso dalla sua negazione. La madre di Alpha (forse è lei la vera protagonista del film), non vive il trapasso come una trasformazione o come parte integrante della vita. Da medico ha sempre la morte davanti agli occhi ma è scevra dalla consapevolezza della fine. Rifugge dal concetto heideggeriano che conferisce un senso alla vita a partire dalla consapevolezza della morte, per lei esiste solo la vita nonostante tutto e tutti.
VOTO: 7.5
