“POSSIBLE LOVE” DI LEE CHANG-DONG
Anno: 2026
Con: Jeon Do-yeon, Sul Kyung-gu, Zo In-sung, Cho Yeo-jeong
Non desiderare la roba d’altri
Dopo lo straordinario “Burning”, Lee Chang-dong realizza un film meno metaforico e misterioso del precedente, ma non per questo meno potente. Un’opera che cresce lentamente, scena dopo scena. Al centro della narrazione ci sono due coppie sposate, separate da una distanza economica e sociale che sembra incolmabile. Ho-seok è un operaio rimasto senza lavoro, e Mi-ok, sua moglie, tenta di tenere insieme una famiglia segnata dalla sconfitta. Ye-ji è documentarista interessata a raccontare la condizione dei lavoratori licenziati, e Sang-woo, suo marito, è un uomo d’affari abituato a muoversi con disinvoltura dentro l’agiatezza economica. Il loro incontro, innesca un avvicinamento in cui solidarietà, curiosità, desiderio e opportunismo finiscono progressivamente per confondersi. Lee costruisce il racconto attorno a un’ambiguità fondamentale: che cosa significa avvicinarsi alla sofferenza altrui quando non se ne condividono le condizioni materiali? Ye-ji vuole documentare le conseguenze della lotta operaia, ma la macchina da presa introduce fin da subito una disparità tra chi osserva e chi viene osservato. La tragedia di Ho-seok rischia così di diventare materiale narrativo, un’esperienza da raccogliere e rielaborare senza che chi la racconta debba necessariamente subirne le conseguenze. Il film allarga questa contraddizione al rapporto tra le due coppie, mostrando come anche l’empatia possa trasformarsi in una forma inconsapevole di appropriazione, soprattutto quando il privilegio permette di avvicinarsi alla vita degli altri senza rinunciare alle proprie sicurezze. La frattura di classe, tuttavia, non si esaurisce nell’opposizione tra chi possiede e chi ha perduto tutto. Lee evita di costruire un sistema di personaggi rigidamente contrapposti, lasciando emergere le zone d’ombra di ciascuno. Ho-seok, incapace di elaborare la violenza subita durante lo sciopero e il fallimento della solidarietà operaia, porta nel corpo e nel silenzio il peso di una sconfitta che non è soltanto professionale, ma anche identitaria. Mi-ok cerca invece di reagire alla precarietà attraverso una disponibilità al contatto che è insieme desiderio di riscatto e bisogno di evasione. Dall’altra parte, Ye-ji oscilla tra l’autenticità del suo interesse e la necessità di trasformare quell’incontro in un film, mentre Sang-woo incarna una ricchezza che sembra averlo reso impermeabile alle inquietudini degli altri. È proprio attraverso queste asimmetrie che “Possible Love” si sottrae alle formule consuete del dramma sociale. Il conflitto non procede per opposizioni nette, né cerca una risoluzione capace di ristabilire un equilibrio. Si insinua piuttosto nei gesti quotidiani, nelle conversazioni, nelle attenzioni apparentemente innocue e nelle differenze che riaffiorano anche quando le distanze sembrano essersi accorciate. L’invito nella lussuosa villa sul mare di Sang-woo, con la sua spiaggia privata, rende particolarmente evidente questa dinamica: ciò che per una coppia rappresenta una parentesi di benessere, per l’altra è il confronto diretto con una ricchezza che non può essere ridotta a una semplice questione di disponibilità economica. Gli spazi diventano così una misura concreta del divario sociale, mentre l’ospitalità si rivela incapace di cancellarlo. Importante è anche il tema del desiderio, evocato fin dall’inizio attraverso il comandamento biblico di non desiderare ciò che appartiene agli altri. Il titolo stesso apre una domanda che attraversa l’intero film: quale forma d’amore è possibile in una società in cui le condizioni materiali determinano così profondamente il modo di vivere, di scegliere e persino di immaginare il proprio futuro? Il desiderio non riguarda soltanto l’attrazione tra corpi o la tentazione dell’infedeltà, ma investe la possibilità di un’esistenza diversa, il bisogno di riconoscimento e la fascinazione esercitata da chi sembra possedere tutto ciò che manca. L’incontro tra le due coppie mette a nudo queste aspirazioni, senza mai ridurle a una spiegazione esclusivamente economica o psicologica. La forza del film risiede anche nella capacità di Lee Chang-dong di osservare i suoi personaggi senza proteggerli dalle proprie contraddizioni. La compassione non coincide con l’assoluzione, così come la denuncia sociale non diventa un alibi per semplificare le responsabilità individuali. La macchina da presa registra esitazioni, silenzi e improvvise variazioni emotive, lasciando che il significato delle relazioni si ridefinisca nel tempo. Ne emerge un cinema di accumulazione e attesa, in cui la tensione cresce senza bisogno di essere continuamente esplicitata e le situazioni più ordinarie acquistano, poco a poco, un carattere perturbante. “Possible Love” è un lungometraggio sulla difficoltà di riconoscere l’altro al di fuori delle immagini che ne costruiamo e dei vantaggi che possiamo ricavarne. Il suo sguardo politico nasce dalla concretezza del lavoro perduto, dalla disparità economica, dal fallimento di una lotta collettiva e dall’irruzione della macchina da presa nella vita di chi soffre; quello umanista, invece, dalla disponibilità a non esaurire i personaggi nella loro condizione sociale. Lee Chang-dong tiene insieme queste due dimensioni senza sacrificarne una all’altra, mostrando come l’amore, l’amicizia e la solidarietà siano possibilità reali, ma mai innocenti né garantite. È in questa tensione irrisolta che il film trova il proprio significato più profondo: non nell’illusione che la comprensione reciproca possa cancellare le disuguaglianze, ma nella consapevolezza che ogni relazione autentica debba misurarsi con esse. “Possible love” trasforma l’intimità in uno spazio di conflitto e il conflitto in una questione umana, confermando la capacità di Lee Chang-dong di interrogare la società senza rinunciare alla complessità dei suoi individui.
VOTO: 7.5
