“THE INVITE” DI OLIVIA WILDE
Anno: 2026
Con: Olivia Wilde, Edward Norton, Penélope Cruz, Seth Rogen
Joe e Angela sono sposati da diversi anni, ma la passione tra loro si è ormai spenta. La loro vita quotidiana è segnata dall’incomunicabilità e dalla totale assenza di intimità. Per colmare questo vuoto hanno sviluppato meccanismi di difesa opposti: Angela incanala le proprie energie nell’ossessione per il restauro della casa e nella ricerca compulsiva di complementi d’arredo e tappeti; Joe, invece, somatizza la frustrazione emotiva e la depressione attraverso frequenti e dolorosi mal di schiena di origine psicosomatica. La svolta arriva quando la coppia decide di invitare a cena i nuovi vicini, Piña e Hawk. La serata prende una piega inaspettata nel momento in cui i quattro iniziano a confrontarsi apertamente su temi intimi come l’amore, il sesso e la crisi matrimoniale. Piña e Hawk sembrano rappresentare l’esatto opposto di Joe e Angela: vivono la loro relazione in modo disinibito, rumoroso e privo di tabù, praticando lo scambismo e prendendo parte a esperienze poliamorose. Verso il finale, tuttavia, anche la loro presunta perfezione rivelerà delle crepe.
Il contrasto tra questi due modi di vivere l’amore agisce da catalizzatore. Messa di fronte alla travolgente libertà dei vicini, la coppia è costretta a togliere le maschere e ad affrontare la dura realtà di un matrimonio ormai logorato. Il finale, però, fa precipitare “The Invite” in territori più convenzionali, nei quali la frase di Oscar Wilde che apre il film: “Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi”, perde progressivamente la sua forza corrosiva. Il film può essere idealmente suddiviso in tre atti, accostabili ad altrettanti registi che sembrano aver costituito importanti punti di riferimento.
Atto I: Woody Allen
Una coppia borghese radical chic, piena di nevrosi e dalla sessualità repressa, vive in una casa che finisce per diventare un vero e proprio quinto personaggio. Quanto sono importanti gli appartamenti nel cinema di Woody Allen: “Interiors” su tutti. Anche in “The Invite”, lo spazio domestico diventa la rappresentazione fisica dello status sociale dei protagonisti e, soprattutto, delle loro nevrosi. La casa, in certi ambienti sociali, non serve soltanto ad abitare: serve a raccontare chi siamo, o meglio, chi vorremmo che gli altri pensassero che siamo. È così che nasce l’appartamento della borghesia radical chic, una sorta di autobiografia in forma di interni. Qui il benessere non ama dichiararsi apertamente. Il lusso deve sembrare casuale, quasi inconsapevole: il tavolo firmato dal designer impegnato, la ceramica artigianale acquistata durante un viaggio solidale, il legno recuperato, la fotografia d’autore appesa con noncuranza accanto a un manifesto politico d’epoca. È una grammatica dell’apparente spontaneità, nella quale nulla è davvero lasciato al caso. Anche il disordine è studiato, anche la semplicità ha il suo prezzo, anche l’anticonformismo può trasformarsi in uno status symbol. In fondo, è la particolare lezione che Tom Wolfe aveva colto già decenni fa: nelle classi sociali più sofisticate il prestigio non scompare quando si smette di esibirlo; cambia semplicemente linguaggio. Non si ostenta più la ricchezza: si ostenta il gusto di non ostentarla. E la casa diventa il palcoscenico perfetto di questa sottile rappresentazione. Angela è totalmente ossessionata da questo universo di oggetti, scelte estetiche e perfezionismo domestico, e Piña e Hawk sembrano accorgersene immediatamente. All’interno di questo abitacolo, Joe e Angela si scambiano battibecchi serrati e isterici, in pieno stile alleniano, mentre i potenti sottotesti psicologici e psicoanalitici rimandano ancora una volta al cinema di Allen.
Atto II: Mike Nichols
Con l’apparizione di Hawk e Piña nella vita di Angela e Joe, la situazione si fa ancora più incandescente. I dialoghi diventano più articolati, serrati e furenti, mentre la cena si trasforma progressivamente in un campo di battaglia verbale. I litigi della coppia principale, consumati davanti a quella che appare inizialmente come una coppia molto più solida e disinibita, sembrano richiamare soprattutto “Chi ha paura di Virginia Woolf?” di Mike Nichols. Come nel film di Nichols, la conversazione perde progressivamente la sua funzione sociale e diventa uno strumento di aggressione, confessione e smascheramento. Le parole non servono più a comunicare, ma a ferire, a difendersi e, soprattutto, a portare alla luce ciò che i protagonisti hanno cercato di nascondere. La presenza dei vicini funziona dunque come un detonatore: Joe e Angela non possono più rifugiarsi nella routine domestica, perché lo sguardo degli altri rende improvvisamente visibili le crepe del loro rapporto.
Atto III: Ingmar Bergman
Quando il film abbandona progressivamente la dimensione farsesca e i dialoghi diventano più cupi, il riferimento sembra spostarsi verso Ingmar Bergman. Il look di Angela, interpretata da Wilde, richiama in alcuni momenti quello di Liv Ullmann in “Sinfonia d’autunno”; anche qui, inoltre, il pianoforte assume una precisa funzione simbolica. Angela condivide con il personaggio interpretato dalla Ullmann una certa insicurezza e fragilità. Ma è soprattutto quando i toni si incupiscono che il riferimento a Bergman diventa più evidente. Lo scontro tra i protagonisti assume una dimensione drammatica, il ritmo dei confronti rallenta e le esplosioni isteriche lasciano spazio a dialoghi più controllati, ma non per questo meno feroci. A quel punto non può che tornare alla mente “Scene da un matrimonio”: il matrimonio non è più soltanto il bersaglio di una commedia nevrotica, ma diventa un campo di analisi emotiva nel quale ogni parola sembra scavare sotto la superficie della relazione. È proprio questa progressione, dalla commedia borghese alla guerra verbale, fino al dramma coniugale, a rendere interessante “The Invite”. Il film sembra inizialmente voler utilizzare la libertà sessuale dei vicini per mettere in crisi le convenzioni della coppia protagonista, ma finisce per scoprire qualcosa di più antico e meno trasgressivo: che dietro le diverse forme che può assumere una relazione resta sempre la difficoltà di comunicare con l’altra persona. Peccato che, proprio nel momento in cui avrebbe potuto spingersi più lontano, il film scelga una soluzione finale molto più rassicurante e convenzionale. Ed è allora che la provocazione di Oscar Wilde, posta all’inizio come dichiarazione d’intenti, finisce per perdere parte della sua originaria forza. Come già accennato, il film si presta a essere letto anche attraverso una prospettiva psicoanalitica. In questa chiave, è interessante osservare come, a un certo punto, Hawk e Piña sembrino assumere una funzione riconducibile all’Es di Joe/Angela, dando forma a impulsi, desideri e pulsioni che i personaggi principali faticano a riconoscere. Fino a quel momento, invece, i due sembravano incarnare in maniera più netta, le funzioni dell’Io e del Super-Io.
VOTO: 6.5
