“SERPENTI” DI ROBERTO DE PAOLIS MAINO
Anno: 2026
Con: Leonardo Lidi, Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, Valeria Golino
Un assassino, un poliziotto, un avvocato e una cartomante in un giorno di ordinaria follia
“Il femminicidio non esiste”
(Roberto Vannacci)
Paolo ha ucciso sua moglie. La ritiene responsabile di quel peso che da tempo sente premere sul petto. Ma la morte della donna non cambia nulla: il peso è ancora lì, intatto. Disorientato e convinto che l’unico modo per espiare la propria colpa sia consegnarsi alla giustizia, decide di costituirsi. Si presenta al commissariato e confessa l’omicidio. Ad accoglierlo trova, però, un poliziotto più preoccupato di compilare correttamente i verbali, verificare le generalità e ricostruire minuziosamente dettagli insignificanti della sua vita privata che di occuparsi del delitto appena confessato. Quello che per Paolo dovrebbe essere il momento della confessione e dell’espiazione si trasforma così in un interrogatorio surreale, grottesco e irresistibilmente comico. Il poliziotto gli mette a disposizione un difensore. L’avvocato si mostra gentile fino al parossismo e, dietro un’apparente disponibilità, nasconde un atteggiamento profondamente manipolatorio. Con pazienza e abilità cerca di convincere Paolo a rinunciare all’idea di dichiararsi colpevole dell’omicidio. Sarà però il terzo incontro, nuovamente in commissariato, a segnare definitivamente la rovina di Paolo. È lì che conosce Stella, una cartomante che, attraverso la lettura dei tarocchi, sostiene di poter fornire indicazioni utili alla soluzione dei casi. Poco alla volta, insinuandosi nelle sue fragilità, Stella riesce a convincerlo a compiere un altro gesto malvagio. Un gesto che, a suo dire, dovrebbe finalmente liberarlo da ciò che lo ha segnato per sempre durante l’adolescenza. Anche questa volta, naturalmente, nulla andrà come previsto.
Al suo terzo lungometraggio, De Paolis Maino firma, insieme ai fratelli D’Innocenzo, un’ opera sorprendente e decisamente fuori dagli schemi nel panorama del cinema italiano contemporaneo. Un film che, pur guardando al presente, sembra rivolgersi con forza alla tradizione del nostro cinema degli anni Settanta, recuperandone atmosfere, inquietudini e soprattutto quel gusto per il grottesco capace di trasformare la realtà in uno specchio deformante. Uno specchio che, in questo caso, deforma il reale proprio per restituircelo con maggiore precisione. “Serpenti” mette alla berlina le istituzioni, il potere e le sue rappresentazioni, affidandosi a personaggi meschini, inetti e incapaci di comprendere fino in fondo la realtà che li circonda. Il maschio viene fatto a pezzi. Paolo è un assassino; il poliziotto è l’incarnazione dell’uomo medio, prigioniero delle procedure e della propria mediocrità; l’avvocato rappresenta invece quella parte della società e della politica che continua a mettere in discussione il fenomeno del femminicidio. E poi c’è Stella, unico personaggio femminile del film. Una figura che sembra muoversi al di là di qualsiasi codice morale. Se Andreotti si chiedeva se fosse necessario compiere il male per arrivare al bene, per Stella la domanda non sembra nemmeno porsi: il male è semplicemente uno strumento. Consiglierà a Paolo di tornare a uccidere per liberarsi di un dolore antico, di una ferita che affonda le proprie radici nell’adolescenza.È proprio nel cortocircuito tra tragedia e comicità che “Serpenti” trova la propria cifra. Il grottesco diventa una forma di racconto del reale, recuperando la lezione della grande commedia satirica italiana e, in particolare, di autori come Germi, Risi, Scola e Petri, per i quali il riso non era mai soltanto evasione, ma uno strumento attraverso cui smascherare le contraddizioni di una società malata. In un cinema italiano contemporaneo ancora fortemente legato alla rappresentazione di specifiche realtà sociali, antropologiche e territoriali, “Serpenti” sceglie una strada diversa. Non prova a riprodurre la realtà, ma a deformarla per riuscire a raccontarla. È una scelta rischiosa, perché il grottesco può facilmente trasformarsi in maniera, caricatura o semplice esercizio di stile. Qui, invece, funziona soprattutto quando riesce a far convivere registri apparentemente inconciliabili: il comico e il tragico, il ridicolo e il perturbante, il patetico e l’assurdo. I personaggi non sono eroi e non aspirano a esserlo. Sono uomini e donne immersi nelle proprie debolezze, nelle ossessioni e nelle contraddizioni, figure che sembrano aver perso qualsiasi capacità di interpretare correttamente il mondo in cui vivono. Ed è proprio questa incapacità a renderli, contemporaneamente, comici e inquietanti. Il grottesco diventa così una lente attraverso cui osservare il presente: uno strumento capace di mettere in crisi il realismo senza rinunciare alla realtà. La deformazione non allontana dal mondo, ma permette di guardarlo da una prospettiva diversa, forse persino più impietosa. “Serpenti” non è un film che sembra interessato a fornire risposte, ma piuttosto a mettere lo spettatore davanti all’assurdità di un sistema nel quale tutti sembrano recitare una parte senza comprendere fino in fondo il significato delle proprie azioni. Il risultato è un’opera capace di distinguersi. Un film che fa ridere mentre racconta qualcosa di profondamente inquietante e che trova proprio nel cortocircuito tra il comico e il tragico la sua ragione d’essere. Perché, in fondo, il mondo raccontato da “Serpenti” è talmente assurdo da non poter essere rappresentato soltanto attraverso il realismo.
VOTO: 7
