ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“COUTURE” DI ALICE WINOCOUR

Anno: 2026
Con: Angelina Jolie, Louis Garrel

Tre donne

Maxine, Ada e Angèle sono, rispettivamente, una regista americana di film horror affetta da un tumore al seno, una modella alle prime armi proveniente dall’ Africa e una truccatrice francese con aspirazioni da scrittrice. Tre donne, tre diverse estrazioni sociali, tre nazionalità e tre problematiche personali. Le loro vicende si intrecciano sullo sfondo della Settimana della Moda di Parigi, in un ambiente dominato dal lusso, dalle apparenze e dalla competizione. Tematiche che, però, sembrano interessare poco la regista, che sceglie piuttosto di raccontare un mondo nel quale a prevalere è la solidarietà femminile. Un’utopia, verrebbe da dire. La malattia di Maxine, il bisogno di denaro di Ada e le ambizioni professionali di Angèle costituiscono i principali nuclei tematici della storia. Intorno alle protagoniste gravitano altri personaggi, tra cui una giovane sarta, una modella ucraina fuggita dalla guerra e l’assistente di Maxine. Si tratta, tuttavia, di figure poco approfondite, che rimangono prevalentemente sullo sfondo e non riescono ad acquisire un reale peso all’interno della narrazione. La Winocour non riesce a calibrare sostanza e forma: la messa in scena, meravigliosamente elegante, finisce per divorare il contenuto, azzerando i sottotesti. Manca una vera rappresentazione del dolore psicofisico e delle frustrazioni dei personaggi; manca, soprattutto, la ricerca di una qualche verità in un film che aspira a muoversi entro un registro realistico. La Jolie soffre in posa, come già aveva fatto in “Maria” di Larraín. I cedimenti, gli smarrimenti e le frustrazioni di Angèle e Ada non riescono a colpire proprio perché vengono rappresentati in maniera raggelata, quasi sterilizzata. Il dolore viene continuamente filtrato attraverso un’estetica impeccabile, che impedisce allo spettatore di entrarvi davvero in contatto. “Couture” affronta anche il tema dell’essere umano come artefice del proprio destino attraverso una prospettiva di matrice stoica. Le protagoniste non possono controllare né prevedere ciò che la vita ha riservato loro, ma diventano creature libere attraverso il modo in cui reagiscono agli eventi che sfuggono al loro controllo, primo fra tutti la malattia fisica. È forse questo il dato più interessante del film: l’idea che la libertà non risieda nella possibilità di determinare gli eventi, ma nella capacità di scegliere come affrontarli. La sequenza finale, con il terribile temporale che rovina la meravigliosa sfilata parigina che si sta svolgendo all’aperto, è emblematica dei limiti del film. La messa in scena è patinata e bellissima, talmente perfetta da finire per privare la sequenza della sua forza drammatica. La Winocour pecca, dunque, di un’eccessiva perdita di realismo: ogni inquadratura è perfetta, ogni immagine è costruita con una cura quasi maniacale. Ma proprio questa perfezione rende difficile immedesimarsi nei personaggi. L’abbacinante tecnica visiva ruba la scena alla narrazione e ai sentimenti, trasformando in un esercizio di stile quello che sarebbe potuto essere un racconto doloroso. È un film che vorrebbe mostrare l’altro lato della moda, quello più umano e solidale, ma finisce paradossalmente per assomigliare al volto più conosciuto della moda stessa: freddo, perfetto, bellissimo e, proprio per questo, distante.

VOTO: 5

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