ZINEMA

RECENSIONI DI EMANUELE DE MARIA

“CAMP MIASMA: ADOLESCENZA, SESSO E MORTE” DI JANE SCHOENBRUN

Anno: 2026
Con: Gillian Anderson, Hannah Einbinder

Kris è una giovane regista non binary dedita al poliamore. Ha però chiare difficoltà a lasciarsi andare nei rapporti sessuali e a raggiungere quella che viene definita la «piccola morte», cioè l’orgasmo. Little Death è il nome dell’assassino della saga slasher Camp Miasma, che Kris ama sin da bambina e che, spinta anche da una major hollywoodiana, si appresta a rigirare. La nuova riproposizione cinematografica deve essere però piegata all’attuale cultura woke, quindi depurata dai sottotesti transfobici che echeggiavano nel film originale. Kris si recherà a casa di Billy, l’attrice ormai sessantenne che interpretò la final girl nel primo “Camp Miasma”, per convincerla a tornare a recitare nel suo lungometraggio. Si troverà davanti a una moderna Norma Desmond di “Viale del tramonto”. Billy è affascinante, ipnotica, grottesca, una specie di strega che ha deciso di vivere isolata dal resto del mondo proprio nei luoghi in cui fu girato il film che ossessiona Kris. L’incontro tra le due fa partire un’opera che è uno slasher che non fa paura, privo di jumpscare, dove la classica musica tensiva utilizzata in tutti i film «di paura» viene sostituita da brani pop romantici, anche nelle sequenze degli omicidi; dove il metalinguaggio fa da padrone e l’ironia è prepotente. Ne esce fuori un intelligente giocattolone cinematografico in grado di far convivere “Venerdì 13” con “Scream”, “Il ritratto della giovane in fiamme” con “Persona”, “Halloween” con “Psycho”, “Sleepaway Camp” con “Viale del tramonto”, “Videodrome” con “Reazione a catena”, con echi lynchiani e gli ovvi rimandi al supremo “Non aprite quella porta”. Un calderone che utilizza in maniera scaltra l’universo citazionista caro a tanto cinema moderno, soprattutto di genere, per partorire, paradossalmente, qualcosa di originale. La stessa Billy, a un certo punto, dirà che tutto l’attuale cinema è una specie di remake di quello passato. Lo sa bene Jane Schoenbrun, che non si limita però, come il Ti West di “X: A Sexy Horror Story”, a realizzare un film che ricrea, come scrive Marco Minniti su Quinlan a proposito dell’horror di West, la patina e la sostanza degli slasher anni Settanta, ma che, sotto una prepotente coltre di rimandi, racconta uno scontro/incontro generazionale e mette al centro della narrazione una donna che prende totalmente coscienza della propria sessualità, del proprio corpo e dei propri desideri. Kris, grazie a Billy, abbraccia il proprio Io interiore. Eros e Thanatos si compenetrano, la morte si fa pulsione vitale. Accettare se stessi passa attraverso l’omicidio di ciò che blocca la nostra vera natura. Il cinema, oltre che supremo atto scopofilico, si fa anche perturbante congegno rivelatore. Lo sguardo della macchina da presa, del regista, dei personaggi del film e degli attori racchiude svariate rivelazioni. Il cinema può essere considerato un atto rivelatore perché, attraverso lo schermo, ha la capacità di svelare la realtà, l’inconscio e la verità nascosta delle cose. Un film non si limita a registrare passivamente il mondo, ma lo interpreta ed è capace di mostrare ciò che l’occhio umano non riesce a cogliere. Schoenbrun sa che la settima arte possiede un’enorme profondità emotiva: il buio della sala, insieme alla luce, al suono e al movimento delle immagini, coinvolge lo spettatore a livello emotivo e psicologico, permettendogli di entrare in contatto diretto con i propri desideri, le proprie paure e le parti più profonde della propria interiorità. Esattamente quello che accade a Kris.
Un film di rara intelligenza cinematografica.

VOTO: 8

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